La vecchia s’era per metà levata dalla sua seggiola.
— È mia... gridò, o per meglio dire, stridette raucamente la voce che poco prima l’aveva apostrofata; ed un’ombra slanciandosi dal vano della porta fermò il piede sulla moneta... La chioccia spaventata fuggì via, la vecchia ricadde sulla sua sedia...
— Non valeva la pena che spaventaste così quella povera bestia, borbottò essa.
— È oro... e tutto l’oro che v’ha qui è mio... ripetè la voce.
L’uomo che così improvvisamente era sbucato fuori della casa della valle, era un vecchio dai capelli grigi, dalla lunga barba parimente grigia ma folta, vestiva una nera vestaglia da camera che gli scendeva sino ai piedi, avea rimboccate le larghe maniche e ne uscivano fuori due braccia nude, lunghe, pelose; si appoggiava ad un nodoso bastone portava sulla testa una specie di calotta a rabeschi, curvo della persona, magro, abbattuto, l’avreste detto un’ombra viva in mezzo alle tenebre che si addensavano ognor più colla nebbia che calava fitta fitta... Sulla sua larga e alta fronte però, nel suo occhio piccolo ed acceso il contemplatore avrebbe trovato qualche cosa che gli avrebbe rivelato una mente viva di gioventù sotto a quell’osseo involucro spolpato dal tempo, e dalle lunghe veglie perdute forse nello studio or positivo dell’analisi, or astratto della meditazione.
Quel vecchio non era nemmeno un avaro come avrebbe potuto farlo credere il moto che egli fe’ slanciandosi sulla moneta sterrata dalla gallina. Era semplicemente Marco il cercatore, l’alchimista, il mago, come lo chiamavano volgarmente coll’epiteto che avevan dato al suo maestro; uno di quei genj del mondo antico che consumarono in pazzi sogni i tesori della loro mente, intestati di fabbricar l’oro col prestigio della magìa, mentre l’avevano a loro disposizione frutto della potenza del loro ingegno.
Marco erede del palazzo e della scienza del vecchio conte, per un delirio della vecchiezza erasi spinto più in là del suo maestro, ed era entrato nel campo dell’impossibile; volea che l’alchimia gli centuplicasse l’oro fuso da lui nel crogiuolo dove s’intestava di trovarne la sorgente!...
Entusiasta del soprannaturale, come lo sono tutti coloro che nello studio delle scienze così dette oculte, logorano la vita. Pel vecchio alchimista che lasciava allora il suo fornello ardente, da cui uscivano crepitando le vive fiamme che i paesani traducevano per le corna di Belzebù, assorto nelle sue strambe contemplazioni, quella gallina che chiocciando smuoveva dalla terra una lamina del prezioso metallo, che egli forse aveva perduto al suo ritorno da un consulto scientifico, assumeva una forma che si sbizzarriva colle accese immagini della sua fantasia a quella stessa guisa che gli abitanti dei contorni di Porta Leona tramutavano il fumo che usciva dal comignolo del suo laboratorio chimico in bizzarri e spaventevoli spiriti che sul tetto della sua casa ballassero la tregenda!.....
La vecchia che si era rimessa a sedere, si alzò per richiudere nel suo pollajo la fuggiasca gallina.
L’alchimista prese da terra la moneta, la riguardò, e mormorando strane parole ritornato lentamente al suo laboratorio, la gittò in un ampio crogiuolo dentro cui alla cocente fiamma d’un fuoco infernale, bolliva sprizzando strisce di liquida materia il metallo fumante, che si contorse e si fuse.