Il vecchio conte intanto continuava nei suoi studi d’alchimia in cui aveva educato un compagno, il vecchio Marco che quei di Porta Leona chiamavano il segretario di satana perchè, dicevan essi, l’ajutava nelle sue operazioni infernali.

I figli del conte Paride amanti pochissimo delle scienze, quanto l’erano invece di quella vita guerriera dell’epoca, s’erano sbandati per le vario corti d’Italia al servizio dei principi che vi tenevan regno. Mortagli la seconda moglie, egli era rimasto solo col vecchio Marco al quale portava tanto affetto d’amico e di maestro, che venuto a morte lasciollo erede del palazzo in cui si dice ch’ei trovasse sepolto un tesoro.

Che che fosse... dopo la morte del conte Paride, il vecchio Marco era chiamato qualche volta ei stesso alla corte pei consulti astronomici che prima vi teneva il suo maestro, e non a mani vuote ei v’andava e ne veniva!... e la voce pubblica si dava a strepitar più forte ch’ei si faceva ricco coi denari del diavolo!

Il paesano vedeva talvolta con terrore sulle ampie vetriate della casa, guizzare ed agitarsi una fiamma infernale, e neri globi di fumo uscir dai comignoli che pigliavan talora bizzarre forme di spiriti che ballassero la tregenda sul tetto del palazzo.

Il paesano per buon conto si faceva il segno della croce, e vi passava più lontano che avesse potuto onde evitare di sentirsi preso pei capelli e costretto a firmare chi sa qual patto infernale in cui avrebbe perduta la sua anima. Poi arrivava alla sua capanna ansante e trafelato e messisi intorno i figli e la vecchia nonna, lor diceva che se avesser veduto come aveva visto lui, fuor del balcone della casa della valle eragli apparsa una testa nera nera, con sul capo due corna da non potersi misurare a braccia, e dalla cui bocca grande al pari d’un forno uscivano fiamme e serpenti, e che sul tetto v’eran dei mostri che facevan grida da ispiritati, e i ragazzi si stringevano intorno alle gambe della nonna, e la nonna biascicando pater nostri se li stringeva al petto e scongiurava Tonio a non passar più neppur per sogno dalla casa della valle, che il diavolo andandoci vicino tosto o tardi la fa, e che col diavolo non bisogna prendersi confidenza.

E alla casa della valle regnava una calma misteriosa. Il sole era presso al suo tramonto ed a norma che la sua luce andava scemando, lo spazio raddensavasi fosco di tenebre. Nessun romore udivasi nella casa della valle, la folaga strideva dalla vicina palude, una gallina restìa di ritirarsi al suo pollaio raspava la terra chiocciando. Ai piedi della scala che metteva nell’interno del palazzo, fuor della soglia della bassa porta, era seduta una vecchia dalle ossa scarne, dalle dita adunche, dalle occhiaie livide, a guisa d’una delle streghe di Machbet. Essa appoggiava all’osseo palmo il mento ricurvo con cui terminava la sua faccia incadaverita dall’età e guardava assorta in strani pensieri la gallina che raspava chiocciando sempre.

La vecchia sorrideva, se poteva dirsi sorriso il raggrinzarsi della sua pelle giallastra e ratrappita sul suo volto fatto più strano dal scintillar della sua pupilla immota dentro le fonde occhiaje; sorrideva come i fanciulli e come gli scemi.

— Marta!... Marta!... Vecchia strega!... borbottò una voce aspra dietro di lei; non ti muovi quand’io ti chiamo?...

La vecchia non si mosse.

La gallina raspava sempre, e dalla terra smossa fe’ saltar fuori una moneta.