— Ferma! susurrò la voce fessa dell’omicciatolo.
— Cos’hai? che il diavolo ti porti! gli rispose il gigante fermando il braccio che già dava impulso alla spinta; t’avverto che è un gingillo che pesa abbastanza e non ne vedo l’ora di farla finita!...
— Non borbottare, vecchio orso; dopo tante precauzioni che abbiamo usate finora vorresti tu che facessimo tanto di fracasso buttandolo giù, da dar l’allarme a qualcuno che il caso ci mettesse a portata?
— Affè! Carlone, che non manchi di giudizio in quella tua testa da rospo.
— Avanti dunque!
— Presti!
I due uomini s’inchinarono fuori del battello in modo da farlo quasi ripiegar su sè stesso, e calaron sino a fior d’acqua il carico che stavan per lanciare; l’onda si schiuse gorgogliando e si racchiuse; il negro involto sparve: inabissandosi non destò alcun rumore, non accennò al suo immergersi nell’onda che per un impercettibile fremito onde si agitò la superficie a norma che il corpo si sprofondava gravitando verso il fondo. La barca aveva intanto ripreso la sua via e ritornava per dove era partita.
CAPITOLO XXV. Dove si capisce qualche cosa.
Nella famiglia del marchese regnava la più viva agitazione. Un servo erasi recato ad ora ben tarda alla locanda del Giglio, quando appena la corriera era partita, avea chiesto di due giovani che si erano ivi recati ed uno dei quali doveva prender posto per Cremona, e gli fu risposto che il viaggiatore era partito ma che il suo compagno avealo lasciato circa un’ora prima della partenza, mentre stavano cenando insieme in una delle sale terrene.
Il servo era ritornato a casa recando la risposta avutane; di congettura in congettura interpretando quello strano ed inqualificabile avvenimento, la mente si spingeva a trarne le deduzioni le più terribili e le più allarmanti. Nè i tempi erano atti al certo ad acquietare le vigili ed affannose apprensioni d’una tenera madre, d’un padre, d’una sorella che amassero un loro caro tutta la forza dell’affetto.