IL
PALAZZO DEL DIAVOLO
LEGGENDA MANTOVANA
CAPITOLO XX. Amore.
Angela e Adolfo si amavano!... dal giorno che donna Isabella diè così un tacito assenso al loro amore, sorse per essi dal nulla uno di quegli splendidi sogni che abbagliano: Amare!... Vivere l’uno per l’altro!... poter ridirsi questa magica parola della vita!... Correre insieme le fiorite alee d’un giardino, ascoltare il canto d’un augello, darsi un fiore, scambiare un bacio, mormorarsi strane parole, palpitare di fremiti soavi, e poter fare tutto ciò col cuore puro... poter farlo sotto allo sguardo d’una madre, innanzi al sorriso del cielo che s’adorna di un manto più fulgido di stelle per farsi più bello ai vostri occhi!... il cui sole sfavilla di maggior luce!... di cui amate tutto!... persino quelle tristi giornate di pioggia durante le quali vi raccogliete leggendo un libro, ridicendovi le mille volte quell’eterno ritornello che è il grido eterno della vostra anima!... sempre nuovo perchè veste sempre le diverse forme delle impressioni che gli danno vita!...
Questo fuggevole inseguirsi di giorni sereni e felici, questo immergersi nella voluttà dell’oggi, questo sorridere alle speranze del domani, fu la loro esistenza d’un lungo periodo di giorni e di mesi... Lo straniero, il dottore come s’ostinava a chiamarlo il marchese, era venuto qualche volta a fare una visita alla famiglia in mezzo a cui parea avesse soffiata la vita togliendola all’agonia della disperazione; vi si era fermato qualche giorno anche, ma questa volta nè Angela nè Adolfo avevano subìte le strane impressioni che prima avevan provato ed alle quali si erano abbandonati incapaci a combatterle. S’erano abituati alla sua presenza!...
Erano troppo lieti di loro stessi perchè potessero formare altro pensiero che non fosse la continuazione d’un sogno delizioso!... Allora potevan temere, paventare, allora che andavasi in essi sviluppando un’aspirazione verso cui si sentivano trasportati, e che poteva svanir loro d’innanzi!... Ora, pareva ad essi che tutto ciò che non fosse l’estasi del loro affetto fosse sì nulla nella vita, che il pensiero sdegnava fermarvisi sopra nella tema forse di togliere un attimo alla continuazione della loro ebbrezza d’abbandono!..
CAPITOLO XXI. La lettera.
Imprevvisti avvenimenti avevano tolta la famiglia del marchese Gian Paolo alle delizie di quel campestre ritiro e chiamarono il marchese in tutta fretta a Mantova ad adempiervi i suoi doveri di cittadino e di suddito alla signoria dei Gonzaga.
Occupava egli un posto d’onore alla corte del duca Ferdinando, posto che fu sempre ereditario della sua famiglia che già più d’una volta avea offerto vita ed averi in difesa dei principi a cui erasi consacrata.
Correva una trista epoca allora... in cui il dovere assumeva mille aspetti e cangiava di forme ad ogni scorrer di tempo, e subiva più l’andazzo delle cose, di quello che si rivelasse come un’inviolabile divinità... tenuto forse è vero in maggior concetto che oggi nol sia... Ma svisato, mal menato dai mille pregiudizi che si metteano a capo delle azioni individuali, in quel azzuffarsi continuo di partiti che l’un l’altro contendevansi il diritto di poter arbitrariamente seder despoti sovra le atterrate libertà in nome della libertà stessa che a guisa di ganza prendevasi a noleggio come meglio tornava il conto di adoperarla a vantaggio dei pochi che se ne facevano arma...