Queste bisogna tolsero come dissi la famiglia del marchese Gian Paolo a quella tranquilla vita dei campi!... da quell’eliso che sono le quattro mura d’una parete domestica e le fiorite ajuole d’un ben coltivato giardino, per vincolarla all’etichetta della città che li circuiva colla sua pompa di lusso, indispensabile necessità d’una corte così libera in fatto di costumi come la era quella dei Gonzaga, il cui scialar grandioso e dispendioso toccava talvolta alle fantastiche forme della leggenda.

Basta dare uno sguardo alle vestigia che ancor rimangono del palazzo ducale, che si può visitare liberamente, per avere un’idea di ciò che dovea essere quella splendida dimora dei duchi che v’avean stanza e lo facean campo aperto al banchettar nei tripudi alle spalle del popolino!... questo eterno Lazzaro di tutti i secoli che ne pagava le spese...

La vastità di quell’imponente edificio ha tutta l’impronta d’una storica grandezza. In uno de’ suoi vasti cortili, tenevasi un ricco mercato di gioje, ad uso delle epoche così dette di fiera. Superbo ne è il teatro or caduto in disuso, e che serviva ai principeschi trattenimenti, vi si vedono sale ornate di stupendi dipinti, ad attestare che l’arte dovette cercare le sue forme più vaghe per adornare quel soggiorno della potenza. Quanti vaghi sorrisi di donna avranno dato vita al capolavoro d’un pittore... quanti misteri nascosti sotto a quelle salette damascate... quante volte con ardente impazienza su’ quei tappeti di velluto si sarà aspettato il fruscio di una veste che dovea far beato un cuore... e quanti cuori furon freddati dal pugnale di un sicario mentre anelanti vagheggiavano il bacio d’un roseo labbro che forse era quello d’una ganza!...

Visitai un giorno il palazzo, e vidi una fuga di piccole stanze che doveano essere gli appartamenti prediletti dalle belle odalische!... mobili di lusso annessi al corteo ducale...

Dalle ampie vetriate a larghe onde entrava il sole; vedeasi qua e là qualche vestigio di quegli antichi fregi che le avran fatte splendide di reale magnificenza... E la mente vagando nel passato vi si spingea ad interrogare quella vita passata come un turbine gravido di folgori... Sotto a quel vago appartamento nei di cui specchi dorati si sarà ammirata la cortigiana felice e superba della propria abiezione, si sprofondavano lugubremente terribili i sotterranei del castello... Di faccia ad un ricco poggio intorno a cui il gelsomino si sarà avviticchiato prodigo di fiori e di olezzo, vedevasi una specie di vôlta praticata nel muro dalla parte rustica dell’edificio; si metteva su quella piattaforma per mezzo d’una angusta porticina; ai piedi di quell’arco aprivasi come un abisso minaccioso il largo fossato del castello, l’acqua ne lambiva le basse fondamenta cupa e verdacea... l’aria vi parea più fredda... sotto quella vôlta era stata decapitata l’infelice Agnese Visconti, creduta, o voluta rea d’infedeltà da uno dei duchi Gonzaga... Quella piattaforma dove si moriva; dove il carnefice arruotava la sua scure inesorabile ed omicida sorgeva rimpetto a quella terrazza inondata di luce... A quella sala profumata si saliva da una scala di marmo, sopra i di cui gradini la galanteria avrà steso il suo tappeto a fiori arabescati... a quell’angusta piattaforma si saliva da una piccola scala, vi si veniva da un angusto pertugio; era tanto che bastasse a passarvi per morire!.. là... si andava per vivere!.. Mentre l’ultimo gemito della vittima si spegneva sotto la scure del carnefice, l’arpa di qualche sirena avrà inneggiato al piacere!.. il calice spumante si sarà vuotato sul seno ebbro di voluttà!.. Mentre lo sgherro stringeva dentro ad un cerchio di ferro due esili mani di donna che si volgevano a lui coll’atto della preghiera, e che ei rendeva inerti perchè gli fosse più agevole colpire il collo bianco e denudato che si offriva al taglio della sua scure...

Là in quella stessa sala... così vicino alla morte... una di quelle ganze coperte di gemme e che si venerano regine!... con languida voluttà affidava alla diligente damigella d’onore, la sua mano alabastrina perchè gliela calzasse col guanto profumato, prima d’accingersi a trapuntare qualche gentil ricamo, in attesa che suonasse un’ora... quella d’un appuntamento che doveva farla credere a sè stessa superba della sua beltà!..

Non è a dirsi come ad Angela cresciuta tra la semplicità di quella vita domestica che formava tutta la sua delizia, tornasse a noja quel cambiamento di stato che implicava un così diverso modo di contenersi e che la vincolava in ogni suo atto...

Anche quando qualche consiglio di corte chiamava il marchese alla città, ella come che malaticcia non erasi mai dipartita da quel tranquillo soggiorno dove avea i suoi fiorellini da coltivare, da veder crescere, da veder sbucciare; dove le rondini col lor stridire gajo ed allegro la salutavano all’alba... dove il rosignuolo l’allettava colla melodia delle sue canzoni!

Il marchese credette bene che ripristinata come ella era in salute, lo seguisse alla città ove preser stanza, persuaso che una vita meno monotona di quella della campagna potesse anche influire a riordinare la sua gracile costituzione.

Se ne richiese il dottore, come si ostinava a chiamarlo il marchese, e questi fu sollecito a convenirne, aggiungendo essere anzi quel nuovo metodo di vita, affatto necessario onde dare al corpo quella vigoria che erasi estenuata nei replicati assalti del male; in quella lotta vinta a forza di opposizioni, ed a cui la monotonia di quell’esistenza non poteva che essere pregiudichevole... in quanto che lo spirito avesse bisogno di maggior campo movimento onde ringagliardirsi!..