Ogni ricerca fu vana. A forza d'interrogare quanti passavano dinnanzi alla nostra casa, si seppe di uno che l'aveva veduta uscire a notte dalla porticina del frutteto, di un altro che si era imbattuto, sulla via maestra, in una carrozza a due cavalli dove stava Silvina in compagnia di un giovane dalla fronte bendata. Allora dovetti raccontare a mia madre e a mio padre quanto sapevo di quella fuga, la storia della lettera trovata nel corridoio e il mio dialogo con Silvina. Mio padre montò in furore e minacciò di spianare il mondo. Ma si ridusse a piangere come un bambino e da quel giorno non fu più l'uomo sereno e gioviale di un tempo. Mia madre anche pianse, e pregò molto devotamente, come se Silvina fosse morta ed ella volesse raccomandarla alla clemenza di Dio. Poi incominciò a sbiancarsi, a spegnersi a poco a poco sotto i nostri occhi, consumata da quel dolore.

Silvio portò Silvina a vivere in città. Egli non aveva più nè cavalli nè carrozze nè denari per comprarsi dei begli abiti di non comune eleganza. Aveva fatto anche lui alla svelta un piccolo fagotto delle cose sue più care, e aveva lasciato padre e madre tristi e soli ad aspettare che la vita gli insegnasse a rinsavire. Era tutto felice di aver sacrificato ogni cosa all'amore per Silvina, come se il fatto di aver sposato con tanto slancio la povertà, fosse il degno complemento del fatto principale: d'avere cioè sposato Silvina a modo suo, rubandola alla sua propria casa contro tutte le regole che inceppano ancora in questo secolo la libertà dell'amore. Silvio era molto giovane; non aveva che ventitre anni. Egli condusse Silvina ad abitare al settimo piano di una casa di operai, in una piccola stanza illuminata da un abbaino, che aveva come giardino un bellissimo vaso di garofani rossi e una scatola di legno con una pianticella di salvia. Affacciandosi a quell'abbaino, si poteva dire di avere l'intera città ai propri piedi, perchè non c'era tetto che lo superasse, e, per uno spazio immenso, era tutto un mare rotto e fumoso di tegole, di antenne, di comignoli, disteso da ogni lato. Silvio celebrava molto la bellezza di quell'abbaino, e, il suo primo pensiero, quando al mattino apriva gli occhi svegliato dal sole, era quello di precipitarsi a spalancarne le imposte, gridando: — Libertà, libertà, che è sì cara!

Silvina che dormiva ancora, si destava a quel grido, e allora Silvio correva ad abbracciarla; poi rovesciava il lenzuolo e così, solo coperta dalla sua camicina, la conduceva dinnanzi all'abbaino, e mostrandole la distesa dei tetti che non finivano mai, le cupole alte delle chiese, le cupole basse dei teatri, i comignoli fumanti delle officine, tutta la città immersa nel sole alto d'agosto:

— Silvina, Silvina, le diceva, amor mio, vedi, tutto ciò ci appartiene! Chi è più ricco di noi?

E Silvina guardava con gli occhi abbarbagliati dalla gran luce il vasto dominio di Silvio, e posando il capo sulla sua spalla:

— Silvio, diceva, come erano belli quei fazzoletti di seta colorata di tanti colori che vedemmo l'altrieri! Brutto cattivo! Non ti ricordi che uno, uno almeno, me lo avevi promesso?

E Silvio rispondeva: — Oh, è vero! Che smemorato! Oggi, oggi certamente me ne ricorderò.

Silvio correva la città tutto il giorno, sotto il sole torrido, offrendo a chi volesse comprarla, anche per poco, la sua divina libertà. — Sono libero, diceva, sono libero come l'aria. Pochi uomini sono liberi come me. Io non ho falsi orgogli da difendere, scrupoli da osservare. Sono giovane, sono intelligente, pieno di volontà. Prendetemi, utilizzatemi, fatemi fare ciò che volete. Non c'è lavoro che non sia buono e onorevole per me. Dove troverete un altro che possa dirvi altrettanto? E tutti lo abbracciavano, gli battevano benevolmente la mano sulle spalle, e dicevano di lui: — Che bravo, che caro ragazzo! Silvio si sedeva sul bordo d'una fontana all'ombra di un tiglio, e contava i pochi soldi che gli rimanevano. Il gruzzolo scemava ogni giorno, ma c'era ancora posto per una mezza dozzina di fazzoletti di seta. Del resto poteva Silvina rimanere senza fazzoletti di seta? Avrebbe egli voluto vedere Silvina asciugarsi le labbra con fazzoletti che non fossero di seta morbida e profumata? Le delicate labbra di Silvina, ch'egli sciupava con i suoi baci ardenti, dalle quali beveva a lunghi sorsi la felicità, che, sorridendo, lo incantavano, e quand'erano tristi lo riempivano di paura? Ed egli si decideva finalmente al gran passo, sceglieva sei colorati e leggieri fazzoletti di seta, e, rientrando in casa, baciava Silvina sulla bocca, le mordeva il labbruzzo, e poichè ella diceva: Ahi! egli con uno di quei fazzoletti nuovi, morbidi e profumati, le medicava il dolore, ridendo felice.

— Ecco, ecco, la medicina! esclamava. Vedi che oggi non me ne sono dimenticato!

Silvina guardava attentamente uno per uno i sei fazzoletti e li contava.