Silvio le voltò le spalle e, andando verso il fondo della stanza, rispose:

— Mi hanno pagato un debito, che un tale aveva con me.

Silvina era uscita dal letto. Silvio si levò presto di pastrano e glielo infilò, avvolgendola tutta, che tremava seminuda, in quella lana tepida e pesante.

— Ci stai bene? le domandò sorridendo.

E Silvina, per tutta risposta, cercò d'allungare le braccia che si perdevano nelle immense maniche del pastrano e gliele gettò al collo, giuliva.

— Come poco basterebbe per essere felici! esclamò tenendosi appesa al suo collo e accarezzandolo con uno sguardo pieno di candida malizia. Mi giuri che non mi farai più soffrire?

E Silvio glielo giurò, con un bacio. Ma mentre, scherzando, la faceva saltare qua e là per la stanza tenendola sollevata fra le braccia come una bambina piccina, pensava in cuor suo con tristezza che veramente di poco si potrebbe esser felici; ma è appunto quel poco che manca sempre alla felicità di tutti, compresi i più fortunati e i meno esigenti. Così, senza volere, egli trascinò Silvina in prossimità del tavolo, e vedendo quei fiori che stavano in fresco entro il secchiello di legno, pensò che al loro posto si potevamo mettere le sue rose. Ma a metà di questo pensiero, così semplice e naturale, un altro ne sorse che lo colpì.

— E questi fiori, domandò a Silvina, questi fiori dove li hai presi?

Silvina aveva affondato il capo nel colletto di pelo di lupo, in modo che non ne spuntava che un occhio. Con quell'occhio lo guardò, e rispose inchinandosi:

— Me li ha offerti un amico...