Disse il giogante:—Oh! t'inganna il pensiero, ché gran semplicitá nel cor t'abonda; che sarebbe impossibile ad avere al piú prod'uom, che è 'n Tavola rotonda; ch'è per guardia del guanto piú vedere che quel palazzo intorno non cerconda, e, se compagni avessi un centinaio, ti veterebbe il passo il portinaio.
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Però, deh, parti, e torna in tuo paese po' che ancora non t'è la vita tolta; lassa l'arme e 'l caval, ch'a le tue spese vo' ch'abbi manicato a questa volta.— Rispuose allora quel donzel cortese: —Per cosa molto grande ora m'ascolta, ch'io, prima che per te i' torni adrieto, teco saprò se l'arme mia han divieto!—
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Disse il giogante:—Con questo bastone io n'ho giá morti piú di cinquecento; ma, perché tu mi par troppo garzone, sí perdonava al tuo gran falimento. Ora ti dico ch'i' ho intenzione di raddoppiarti la pena e 'l tormento. Ora va', monta a caval, che 'l ti bisogna, ch'io non ti voglio a piè, per piú vergogna.
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Rispuos'allora il valoroso Bruto: —Non piacci a Dio che io monti in arcione, ched e' sarebbe troppo gran partito combattere a caval con un pedone! Or come cavalier prod' ed ardito —disse al giogante—fa' tua difensione!— E colla ispada fiede arditamente, ma no' che sangue gli uscisse niente.
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Disse il giogante, di niquizia pregno: —Io te ne pagherò, se Dio mi vaglia!— col baston del metallo e non di legno, che lo menava come fil di paglia, e fedía Bruto con un tal disdegno, che di molt'arme addosso sí gli taglia, e feciolo per forza inginocchiare, sicché di morte e' cominciò a dottare.
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