Signor, sappiate che secento braccia aveva di lunghezza quel palazzo, e d'ariento avea 'l tetto e la faccia e dentro d'oro le mura e lo spazzo, iscala e panca v'ha, che ciascun saccia, ch'eran d'avorio, intagliate a sollazzo e sonvi d'oro altri sette iscaglioni. Sedevi re Artú con suo' baroni.
38
E Bruto arditamente per la scala montò, pensando di tal novitade; e, quando giunse in su la mastra sala e vide il re con tanta nobiltade, con riverenza inginocchiando cala e salutollo con benignitade. E re Artú gli rendé suo saluto, benché ma' piú no' lo avesse veduto.
39
—Perché venisti a meco, in questa corte?— disse un di que' baroni in corte. Piano rispuose Bruto con parole accorte: —Venuto son per lo sparvier sovrano.— Disse 'l baron:—Per cosí fatta sorte, credo che tu sara' venuto invano! Onde ti move ardir di cheder dono, che piú di mille giá morti ne sono?—
40
Bruto, pensando di quella ch'egli ama, rispuose lietamente a quel barone, dicendo:—Lo sparvier di sí gran fama i' non dimando senza gran cagione, ch'i'ho l'amor della piú bella dama che niun altro di questa magione. E, se alcun ci è che voglia contastare, per forza d'arme gliel tolgo a provare!—
41
Rispose quel baron:—Siene a la pruova! Però ch'io vo' difendere la mia 'manza, ch'a petto a lei la tua non val tre uova, però che di beltade ogn'altra avanza. E veramente, anzi che tu ti muova, confessar ti farò co' mia possanza.— E 'n un pratello si furono armati dentro al palazzo, e furonsi isfidati.
42