E poi alfin quella gente chiamava questo barone, ch'è molto pregiato. Allor tutta la gente che scampava a Galvano ciascun fu ritornato. E tutti quanti a lui s'inginocchiava, e dolcemente l'ebbon salutato: —Povero Cavalier, nobil, verace, a noi comanda quello che ti piace.—

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Disse messer Galvano:—Io vel diraggio, e fatto sia senza dimoragione: fate la dama dal chiaro visaggio che tosto sia cavata di prigione; se no, che la testa io vi taglieraggio, e tutti perderete le persone. Per trarla di prigione state accorti; se no, che tutti quanti siete morti.—

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E quella gente allor di gran bontade della Pulzella arricordò il tormento; e di lei loro aveano gran pietade. —Nol sapevamo nel cominciamento, che certo data vi avriam la cittade, e fatto avriam tutto il vostro talento.— Con gran romore i cavalieri andava alla cittá real dov'ella stava.

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Ma quel castel sí era ben armato, e dentro v'era molta buona gente. Non li valea 'l combatter d'alcun lato; quella battaglia non curava niente. Lo romore era sí grande levato, che la Pulzella Gaia ben lo sente. Nella prigione tutta si smarría di tal romore com'ella sí udía.

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Una donzella della savia fata, che tuttavia li porta la minestra, andò alla prigione in quella fiata. Disse:—Pulzella Gaia, ora stai destra. Io sí ti dico, e faccioti avvisata che l'angiolo di Dio di te fa inchiesta. Or stai allegra, e non temer ad ora, ché di prigione tosto uscirai fuora.—

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