CLEMENZIA. È possibil che tu non cadesse morta della vergogna?

LELIA. Anzi, aiutandomi Amore, francamente gli risposi ch'io ero romano che, per essere rimasto povero, andavo cercando mia ventura. Mirommi piú volte dal capo ai piedi tal che quasi ebbi paura che non mi cognoscesse; poi mi disse che, se mi fusse piaciuto di star seco, mi terrebbe volentieri e mi trattaria bene e da gentile uomo. Io, pur vergognandomi un poco, gli risposi di sí.

CLEMENZIA. Io non vorrei esser nata, sentendoti. E che util ne vedesti, per te, di far questa pazzia?

LELIA. Che utile? Part'egli che poco contento sia d'una innamorata veder di continuo il suo signore, parlargli, toccarlo, intendere i suoi segreti, veder le pratiche che gli ha, ragionar seco ed esser sicura, almeno, che, se tu nol godi, altri nol gode?

CLEMENZIA. Queste son cose da pazzarelle; e non è altro ch'agiugner legna al fuoco, se non sei certa che, facendolo, piaccino al tuo amante. E di che 'l servi tu?

LELIA. Alla tavola, alla camera. E conosco essergli venuta, in questi quindici dí ch'io l'ho servito, in tanta grazia che, se in tanta gli fusse nel mio vero abito, beata a me!

CLEMENZIA. Dimmi un poco: e dove dormi tu?

LELIA. In una sua anticamara, sola.

CLEMENZIA. Se, una notte, tentato dalla maladetta tentazione, ti chiamasse ché tu dormisse con lui, come andarebbe?

LELIA. Io non voglio pensare al mal prima che venga. Quando cotesto fusse, ci pensarei e risolvereimi.