SPELA. Perché? Non lo vuole?

SCATIZZA. Credo di no, io. Parti ch'ella sia carne da' suo' denti?

SPELA. Ella ha ragione, in fine; ma che dice?

SCATIZZA. Niente non dice. Che vuoi ch'ella dica, quando io non l'ho potuta vedere? ché, come io gionsi lá, e domanda' la, quelle sgherracce di quelle monache volevan la pastura di me.

SPELA. Altro volevan che la pastura! Piú presto il pastorale. Tu non le conosci bene.

SCATIZZA. Le conosco meglio di te, cosí gli venisse il cancaro! Vo' che tu vegga. Chi mi domandava s'io ne sto male; chi s'i' la torrei per moglie; chi diceva ch'ell'era in molle in dormentorio, che s'asciugava; chi ch'ell'era in soppresso nel chiostro. Un'altra mi disse:—Tuo padre ebbe figliuoli maschi?—Oh! Io fui per dire:—Ebbe un ca…cameto.—Tanto che pur m'accorsi che m'uccellavano, ché non volevano ch'io le parlasse.

SPELA. Tu fosti un da poco. Dovevi entrar dentro e dir che la volevi cercar tu.

SCATIZZA. Cancaro! Entra dentro solo! Va' lá, va' lá: tu mi conciaresti!
Oh! Non c'è stallone in Maremma che ci regesse col fatto loro, solo.
Monache? Cancaro! Ma io non posso star piú con te; ché ho da rispondere
al mio padrone.

SPELA. Ed io ho a comprare il zibetto a quel pazzo del mio.

ATTO II