PASQUELLA. Io non credo che nel mondo si truovi il maggior affanno né il maggior fastidio che servire, una mia pari, una giovane innamorata; e massimamente a quella che non ha d'aver timore di madre, di sorelle o d'altre persone, quale è questa padrona mia: che, da certi dí in qua, è intrata in tanta frega e in tanta smania d'amore che né dí né notte ha posa. Sempre si gratta il petinicchio, sempre si stroppiccia le cosce, or corre in su la loggia, or corre a le finestre, or di sotto, or di sopra; né si ferma altrimenti che s'ella avesse l'ariento vivo in su' piedi. Gesú! Gesú! Gesú! Oh! I' so' pure stata giovana ed innamorata la mia parte, ed ho fatto qualche cosetta; e pur mi posavo, talvolta. Almanco si fusse messa a voler bene a qualche uomo di conto, maturo, che sapesse fare i suo' fatti e gli cavasse la pruzza! Ma la s'è imbarbugliata d'un fraschetta che a pena credo che, quando gli è sdilacciato, si sappia allacciare, s'altri non gli aita. E, tutto 'l dí, mi manda a cercar questo drudo come s'io non avesse che fare in casa. E forse che 'l suo padrone non si crede che facci l'ambasciate per lui? Ma gli è, per certo, questo che viene in qua. Ventura! Fabio, Dio ti dia il buon dí. Vezzo mio, ti venivo a trovare.
LELIA. Ed a te mille scudi, la mia Pasquella. Che fa la tua bella padrona? e che voleva da me?
PASQUELLA. E che ti credi che la facci? Piagne, si consuma, si strugge, ché stamattina non sei ancor passato da casa sua.
LELIA. Oh! Che vuol ch'io ci passi innanzi giorno?
PASQUELLA. Credo ch'ella vorrebbe che tu stesse con lei tutta la notte ancora, io.
LELIA. Oh! Io ho da fare altro. A me bisogna servire il padrone; intendi, Pasquella?
PASQUELLA. Oh! Io so ben che a tuo padron non faresti dispiacere a venirci, non. Dormi forse con lui?
LELIA. Dio il volesse ch'io fusse tanto in grazia sua! ch'io non sarei ne' dispiaceri ch'io sono.
PASQUELLA. Oh! Non dormiresti piú volentieri con Isabella?
LELIA. Non io.