Le sempre nuove e sempre varie vicende che hanno sconvolta l'Europa, non avean fatto che fortificare questa disposizione del popolo. Essi non eran che errori della democrazia o della monarchia assoluta; ed eran quindi i piú atti ad indicare il bisogno d'un partito intermedio. Era facile d'altronde osservare, che contro gl'incerti fenomeni di talune repubbliche efimere reggea tuttora e prosperava la costituzione d'Inghilterra.
Mentre tali riflessioni serpeggiavano oscure nelle menti dei piú, gli amici del potere arbitrario o non erano capaci di scorgerle, o trovavano nel dissimularle il proprio vantaggio. Sorgeva quindi, fra l'opinione ed il governo, quel sordo e grave contrasto che annunzia sempre vicini i grandi cangiamenti. Invano il vigore di Gioacchino Murat e la sua premura di mostrarsi popolare avevan cercato di estinguere l'effervescenza degli animi. Invano il tentativo di rendersi liberi aveva richiamato negli infelici Abbruzzi la rabbia del despotismo militare. Il capo del governo era stato costretto ad accorgersi che la civilizzazione dei popoli non può mai essere illusa dagli artifizi delle Corti e molto meno superata dalla violenza. Dopo di aver vacillato per lungo tempo fra i voti del regno ed i propri, fra l'ambizione e il dovere, ei cadde in fine dal trono. Fu allora che lasciossi sfuggire una costituzione apparente, come l'avaro inseguito si lascia sfuggire un deposito che ha lungamente negato.
Il re legittimo si preparava intanto a rientrare nell'eredità dei suoi avi. Era per lui il coraggio di quegli eserciti immensi che avevan rotta la fortuna del conquistatore dell'Europa, ed avean cangiata la politica dell'universo. Ma la bontà naturale del di lui cuore, era stata perfezionata dalla sofferenza dei mali: egli aveva meditato per due lustri interi nel piú incomodo, ma piú istruttivo gabinetto dei principi, io vo' dire nel gabinetto della sventura. Ei conosceva la smania degli antichi suoi sudditi per isciogliere i vincoli del proprio servaggio. È dunque fama che riprendendo la comunicazione con essi, accarezzò la piú cara delle loro speranze, quella di essere liberi. Furon chiare le voci che, per quanto i fogli assicurano, egli emanò nel proclama del 1º maggio 1815, essendo ancora in Palermo. Egli promise la sovranità al popolo, e la piú energica e piú desiderevole costituzione allo Stato.
Professò anzi che avrebbe solo ritenuta per sé medesimo la piú bella e piú modesta facoltà dei monarchi, quella di serbare intatte e fare eseguire le leggi.
Una dichiarazione sí nobile e sí generosa, non mancò di produrre le conseguenze piú utili. Fu dessa e non il valore alemanno, che nei piani di Macerata dissipò ad un tratto le schiere dei nostri campioni.
Cosí la mano di Ferdinando IV impugnò di nuovo lo scettro: e la di lui anima non dimenticò le intenzioni con cui lo aveva racquistato. Si sa, infatti, che solamente fra i tristi la fortuna è la morte delle promesse.
Sventuratamente, dei rapporti fallaci, e non di rado maligni, della situazione dei suoi popoli, gli persuasero la necessità di ritardare l'effetto dei suoi proponimenti. Se le cose in seguito occorse han potuto occasionargli alcun dispiacere, è stato solamente quello di non aver prevenuti i desiderî coi beneficî.
Continuati intanto ed accesi, erano questi desiderî. Ciò non ostante rimasero in certa guisa inattivi, fino a che il governo blandilli con una condotta liberale. Non si tosto cominciarono a venire irritati dalla persecuzione, che proruppero all'improvviso in uno scoppio violento.
Egli è vero, che i primi segni ne apparvero su le vette dei colli di Monteforte. Ma venner prodotti da un movimento comune alle provincie finitime, e propriamente a quelle di Capitanata, Avellino e Salerno. Fu il popolo che dié la spinta a' 140 individui del reggimento Borbone; ed è perciò che la bandiera da essi inalberata non tardò a circondarsi di centomila proseliti.
Chi ritrova la origine di questo avvenimento nella diserzione militare, deduce in vero il principio della sua conseguenza. Ei crede nata la marea in quel punto del lido in cui l'onda s'è rotta.