Li sancti preti di novello Stato

Predicaranno.

E tucti l'infidel convertiranno,

Tucti vestiti d'un aspero panno,

Et sensa proprio sempre viveranno

Im povertade.

In simili profezie credono anche gli uomini politici, specie quel Cola da Rienzi, che da oscuro popolano assunto ai primi poteri dello Stato, ebbro della sua insperata fortuna, prende pubblicamente il bagno nella vasca Costantiniana, perchè dalle macchie dell'ignobile origine appaia deterso il nuovo cavaliere dello Spirito Santo. Sembra che anche nei giorni del suo trionfo Cola abbia avuto sogni e visioni. Almeno egli stesso racconta che pochi giorni prima della cruenta sconfitta dei Colonnesi, gli apparve in sogno Bonifacio VIII per incitarlo alla vendetta contro gli autori della sua cattura. Quando poi, dimessa la dignità tribunizia, si ritrasse nel silenzio di Monte Sant'Angelo presso i romiti della Majella, le sue fantasie apocalittiche ebber nuovo alimento. Ed uno di quei fraticelli, a nome Angelo, gli predisse dovere fra non molto risorgere tale, che morì fra le persecuzioni (forse fra Pietro di Giovanni Olivi?), e che alla sua voce nascerebbe grande confusione e terrore tra i maggiorenti della Curia, ed il Papa stesso correrebbe pericolo, finchè brillerebbe la nuova luce. Allora sarà fatta la riforma della Chiesa, e non pure tutti i Cristiani, ma i Saraceni con essi, formeranno un popolo solo, e a capo di tutti si porrà il Papa angelico. A queste profezie il tribuno prestava ascolto, tanto più che egli stesso doveva aver non piccola parte nella futura rinnovazione del mondo. E per infondere nell'imperatore e nell'arcivescovo di Praga la propria fede, si fa a sua volta commentatore ed interprete di profezie, e fra tante sceglie la più recente, che, nata senza dubbio sullo scorcio del secolo decimoterzo, fu attribuita ad un profeta Cirillo, contemporaneo di Gioachino, del quale non si sa nulla all'infuori della profezia medesima; e che non sarà meno apocrifo di essa. Comunque sia, Cola sa ben torcere l'oscuro oracolo al senso che più gli torna; e sotto il sole che entrerà nelle viscere dello scorpione e sarà lacerato dai figli dello scorpione medesimo, intende proprio lui, Cola, che andrà glorificato da Dio e posto al governo di Roma, e poscia dal Papa e dai cardinali sarà perseguitato, e nell'anno del giubileo chiuso nella squallida spelonca del carcere imperiale. Frate Angelo da Monticelli aveva ben insegnato la sua arte al credulo tribuno!

Un altro minorita, non meno credente di frate Angelo, ardiva divulgare le medesime profezie nella sede stessa della corte papale in Avignone. Avea nome fra Giovanni di Roquetaillade, latinamente de Rupescissa; ed oltre che per le sue profezie è noto per lo studio che, al pari di Arnaldo da Villanova, faceva dell'alchimia. Le sue predizioni risalgono, come dice egli stesso, al 1356, l'anno avanti che cominciassero le secolari guerre tra Francia e Inghilterra. La sua voce fu inascoltata; anzi Clemente VI, lo stesso papa così avverso a Cola, lo chiuse in prigione, e ve lo rimise il successore Innocenzo VI, tenendovelo per tutta la vita. Una profezia, che costui compose nelle carceri ad istanza di un suo correligionario, comincia così: “Le rendite ecclesiastiche sappiate che fra breve andranno tutte perdute, poichè molti popoli della terra spoglieranno il Clero dei beni temporali, lasciandogli appena da vivere. La Curia romana fuggirà da questa città peccatrice di Avignone, e non sarà più dove è ora. Prima che si compiano sei anni da questo presente, che è il 1356, la superbia clericale sarà prostrata nel fango, e distrutta ogni malvagità. La città delle delizie sarà convertita in lutto, e il mondo si perderà per l'avarizia; ma dopo innumerevoli tribolazioni scenderà la misericordia alla gente desolata, perchè un angelo, vicario di Cristo, spargerà tutte le virtù evangeliche, e convertirà gli Ebrei e i Tartari e i Saraceni e i Turchi distruggerà.„ Come vedete questo profeta anche a costo di andare crudelmente smentito dai fatti predice le cose a termine fisso ed a breve distanza. E non muta stile in un altro libercolo intitolato Vade mecum in tribulatione, composto l'anno dopo, dove riassume tutte le predizioni sue sparse negli altri libri, che cita e magnifica come annunziatori di fatti da poi verificatisi, quale la cattura del re di Francia. Anche nel Vade mecum vuol essere preciso più di quel che convenga a un profeta. “Pria che il mondo arrivi all'anno 1370, egli dice, prima che corrano altri tredici, da questo che abbiamo ora compiuto, 1356, avrà principio la restaurazione del mondo, e sarà palese quello che ora annunzio. Nel 1365 sorgerà l'Anticristo orientale, e gli Ebrei ingannati da codesto falso Messia infiniti danni recheranno al popolo cristiano. E nello stesso anno i veri seguaci del santo mendico di Assisi saranno di nuovo tribolati, come al tempo di Michele da Cesena; ma ben presto si rifaranno dei loro danni, e l'ordine loro si dilargherà per l'universo ed i loro conventi si moltiplicheranno come le stelle del cielo. Ma non vale la pena di riferire più oltre i sogni del povero prigioniero, che aspetta prossima la liberazione sua e dei suoi compagni. Dirò solo che anche egli adduce a prova delle sue profezie il versetto di Daniele, che soleva citare Arnaldo; ed anche lui, facendo cómputi sottili, arriva all'anno 1370 nello stesso modo che un secolo prima Gioachino di Fiore arrivava al 1260.

Al di sopra di questi, sarei per dire, computisti della Profezia, si eleva una donna di alto sentire e di nobilissimo sangue, santa Brigida di Svezia. Nata intorno all'anno 1302, a sedici anni sposò il diciottenne principe Wulf di Nerik, da cui ebbe otto figliuoli. Alla morte del marito, dato un addio agli splendori principeschi e diviso il patrimonio tra i suoi figli, vestì le ruvide lane del pellegrino e venne a Roma, dove scrisse le sue Revelationes. A differenza di tutti i vaticinatoli precedenti la santa svedese non s'indugia a commentare le altrui profezie; ma come i profeti antichi conversa direttamente con Dio, che le svela il segreto dell'avvenire. “Io non disdegno di parlare con te, le dice Gesù, e benchè la mia umanità sembri essere dentro di te e parlar teco, pure è più verisimile essere la tua anima e la tua coscienza con me e in me, poichè a me nulla è difficile nè in cielo nè in terra.„ Una volta in una chiesa di Roma la Vergine stessa le apparve, e in tuono di comando le disse: “Tu devi mandare da parte mia questa parola al legato del Papa.„ Al che la donna rispose: “Egli non mi crederà e volgerà i miei detti in derisione.„ E di rimando la Vergine: “Benchè io conosca l'intimo animo di quel prelato, pure è d'uopo che tu gli faccia sapere che le fondamenta della Chiesa vacillano, e la vôlta è screpolata in più parti, e le colonne piegano e il pavimento si avvalla così, che i ciechi che v'entrano sono per cadere.„ Questo ardito linguaggio osava tenere la santa al cardinale Albornoz, legato di Clemente VI, che, per riacquistare il sacro patrimonio, riempiva l'Italia di sangue e di rovine. Di Urbano V, il successore di Clemente, la Vergine stessa le dice: “Io condussi Urbano papa da Avignone a Roma senza alcun pericolo suo. E che cosa fa egli? Mi volge le spalle e intende partirsi da me. Il maligno spirito lo guida colle sue frodi. Ma se accadrà che egli faccia ritorno alla terra dove fu eletto, sarà colpito nella guancia così che i suoi denti scricchioleranno, e il suo volto diverrà caliginoso e fosco, e tutte le membra del suo corpo tremeranno.„ La profezia si avverò nel modo più tragico; che il Pontefice, non appena tornato in Avignone, vi morì. Nè meno energiche sono le ammonizioni, che Maria manda per mezzo della santa a Gregorio XI. “Come la pia madre, ella dice, che stringe al petto il suo bambino nudo e tremante di freddo per riscaldarlo del suo calore e nutrirlo del suo latte, così io farò di Gregorio, se vorrà tornare a Roma con animo di rimanervi e di riformare la Chiesa tutta. E perchè in avvenire non adduca la scusa dell'ignoranza, io gli annunzio che, se non obbedirà alle ingiunzioni mie, proverà la verga della mia giustizia e l'indignazione del mio figliuolo.„ Tutte queste visioni, ed altre non meno terribili sulla regina Giovanna, ebbe la santa donna in Napoli, dove sostò per qualche tempo tornando dal faticoso pellegrinaggio di Palestina. A lei non era dato vedere il frutto delle sue coraggiose ammonizioni, poichè, tornata a Roma, vi morì grave d'anni il 23 luglio 1373.

L'opera da santa Brigida lasciata a mezzo, fu continuata da un'altra santa, che anch'ella ha estasi e visioni, anch'ella talvolta cade in tale anestesia, da poterlesi conficcare nella pelle un grosso ago, senza che si riscuota od avverta alcun dolore; ma forse più ancora della Svedese, ha un tatto finissimo per guidare gli uomini e riuscire nelle imprese più scabrose. Intendo parlare di Santa Caterina da Siena, che nata nel 1347 da un agiato popolano, e pur digiuna di lettere, seppe levarsi a tanta altezza di concetti, a tanta squisitezza di forma, che la sua prosa è anche oggi tenuta in grandissimo pregio. A quindici anni, vinte le opposizioni della madre, che la voleva sposa ad un ricco congiunto, entrò nelle Mantellate, terziarie domenicane, che non professavano voti solenni, e dopo tre anni passati nella sua cella tra preghiere e digiuni e torture d'ogni sorta, che ella infliggeva al delicato suo corpo, escì all'aperto ministra di pace e di carità. Nella peste del 1374 ella sola mostrò tale coraggio, tale abnegazione nell'assistere gl'infermi più gravi, da parere agli occhi di tutti un essere superiore. E ben si comprende come questo miracolo di sacrifizio, dovunque mostravasi, sapesse imporre la pace ai più riottosi, e comunicasse agli altri quell'ardente carità, che le bruciava il petto; talchè non pure a Siena, ma nella maggior parte delle terre toscane era chiamata come paciera, e la sua fama saliva tant'alto, che i più consumati uomini di Stato non disdegnavano d'entrare in relazione con lei; come, per citarne un solo, Bernabò Visconti. E a tutti teneva un linguaggio fermo e di gran buon senso. Al cardinale d'Ostia, legato pontificio, grida: “Pace, pace, pace, padre carissimo. Ragguardate voi e gli altri, e fate vedere al Santo Padre più la perdizione dell'anima che quella delle città; perocchè Dio richiede l'anime più che le città.„ Allo stesso papa Gregorio XI, non appena scoppiata la guerra con Firenze, scrive, ribadendo il concetto della santa svedese: “Andate innanzi e compite con vera sollecitudine e santa quello che per santo proponimento avete cominciato, cioè dell'avvenimento del santo e dolce Passaggio (vale a dire il ritorno della Santa Sede in Roma). E non tardate più, perocchè per lo tardare sono avvenuti molti inconvenienti.... Pregovi che coloro che vi sono ribelli, voi gl'invitate ad una santa pace, sicchè tutta la guerra caggia sopra gl'infedeli.„ “Ma pare che la somma ed eterna Bontà permetta che gli stati e delizie sieno tolti alla sposa sua, quasi mostrasse che volesse che la Chiesa santa tornasse nel suo stato primo poverello, umile e mansueta come era in quello tempo, quando non attendevano altro che all'onore di Dio e alla salute delle anime, avendo cura delle cose spirituali e non temporali. Che poi che ha mirato più alle temporali che alle spirituali, le cose sono andate di male in peggio.„ Mandata dalla repubblica Fiorentina in Avignone per trattare la pace col Papa, Caterina vi si adoperò con tutte le sue forze; e se non riescì a comporre il dissidio, ottenne però quello che più le stava a cuore sovra ogni altra cosa, il ritorno della Santa Sede a Roma. Questo è il suo pensiero dominante, che il felice passaggio, come diceva lei, avrebbe posto riparo a tutti i mali della Chiesa. E la sua fede invitta seppe trasfonderla in Gregorio: “Andiamoci, Ella scriveva, andiamci tosto, babbo mio dolce, senza veruno timore; se Dio è con voi, veruno sarà contro di voi. Dio è quello che vi move, sicchè gli è con voi. Andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perchè gli poniate il colore.„ “E io vi prego da parte di Cristo Crocifisso, che voi non siate fanciullo timoroso, ma virile. Aprite la bocca e inghiottite l'amaro, per lo dolce.... Spero.... che voi sarete uomo fermo e stabile e non vi moverete per verun vento nè illusione di dimonio, nè per consiglio di dimonio incarnato.„ E fermo fu Gregorio. Non valsero le preghiere calde e insistenti di suo padre e delle sue sorelle, non valsero le opposizioni dei cardinali e le rimostranze del re di Francia. Su tutti e contro tutti vinse la fanciulla di Siena; e lo stesso giorno che ella lasciò Avignone, anche il Papa ne partì per non ritornarvi più mai. Singolare tempra di donna, a nessun'altra pari, fuorchè in parte ad un'altra vergine, nata non meno umile della Benincasa, Giovanna d'Arco. Anche questa fanciulla, pochi anni dopo Caterina, apparisce nel mondo come dotata di una potenza misteriosa. E al re di Francia e all'esercito suo disfatto ed avvilito, ella, la povera fanciulla d'Orléans, sa ridare il coraggio e la confidenza in sè e li conduce alla vittoria. Diverso fu il destino delle due profetesse: l'una levata sugli altari, l'altra dannata al rogo: ma entrambe operarono prodigi, perchè prodigi erano elle stesse di fede, di amore, di sacrifizio.