Il ritorno del Papa a Roma, secondo la veggente Sienese, doveva essere il principio di quella riforma della Chiesa, a cui ella come tutti i profeti aspiravano, e che avrebbe dovuto portar seco la pacificazione degli animi in Italia e l'unione di tutte le forze cristiane contro l'irrompere dei Maomettani. Il Signore stesso in una fatidica visione le commette di dire al Papa: “che levi la croce santissima sopra gl'infedeli, e levila sopra dei sudditi suoi.... in perseguitare e' vizii e difetti loro. Divelto il vizio è piantata la virtù, ponendo questa croce in mano di buoni pastori e rettori nella santa Chiesa„. E in un'altra, ancor più notevole, le svela il segreto delle tribolazioni della Chiesa, che egli permette per divellere le spine della sua sposa che è “tutta imprunata„. “Sai tu come io fo? Io fo come feci, quando io ero nel mondo, che feci la disciplina di funi e cacciai coloro che vendevano e compravano nel tempio, non volendo che della casa di Dio si facesse spelonca di ladroni. Così ti dico che io fo ora. Perocchè io ho fatta una disciplina delle creature, e con essa caccio i mercanti immondi e avari ed enfiati per superbia vendendo e comprando i beni dello Spirito Santo.„ Sfortunatamente queste profezie non si avverarono, poichè la Chiesa, non che riformarsi e rinvigorirsi, ebbe a subire nuovi travagli dal lungo scisma, che tenne dietro alla morte di Gregorio. E indarno la vergine Sienese s'adoperò a soffocarlo sul nascere, scrivendo lettere di fuoco a principi e cardinali. Ormai la battaglia era impegnata, ed ella, accorsa al fianco di Urbano VI, si preparava a sostenerla virilmente, quando la morte sopraggiuntale nell'aprile del 1380 le risparmiò nuovi e più cocenti dolori.

Un altro profeta, certo molto da meno della santa di Siena, non si faceva invece alcuna illusione. Era costui il frate terziario francescano, Tommasuccio da Foligno, che nato nel 1319 dicono morto nel 1377; ma certo avrà vissuto ben oltre quell'anno, perchè dell'elezione di Urbano VI è testimone, e di tutte le sciagurate conseguenze dello scisma tra Urbano e Clemente che tristamente descrive, se pure le strofe, ove di ciò si tratta, non s'abbiano a dire interpolate nel suo rozzo componimento, che fu oltremodo popolare:

Urbanu et Chiomento

Faran nova quistione

Et l'uno in Vengnone

Forte terà sua sysma.

In fede et in bactisma

Crescierà suo podere,

Mectendo grande herrore

Nella cristiana gente.