Ahimè! Pur troppo la triste realtà era ben lontana da questo roseo sogno; poichè le condizioni della Chiesa peggioravano ognor più, e se Urbano poteva vantare della sua parte e santa Caterina e Giovanni dalle Celle, neanche a Clemente VII faceano difetto uomini d'insigne pietà, come a dirne uno, san Vincenzo Ferrero, teologo e profeta egli pure. Ormai non si sapeva più da qual parte stesse il diritto, e peggio ancora a quale fra i combattenti sarebbe per arridere la vittoria: talchè i profeti stessi, parteggiando chi per l'uno chi per l'altro, in questo solo s'accordavano: nel credere prossima la fine del mondo. E vi credè il suddetto Giovanni dalle Celle, che, pur avendo combattuto per tutta la sua vita contro i Fraticelli, non teme ora d'imitarne il linguaggio, e di risalire anche lui allo stesso abate Gioachino, dai Fraticelli tenuto per suprema autorità. “L'abate Gioachino, egli scrive, fu nel 1138 e fece un libro il quale si chiama el Papa, dove egli infino all'avvenimento di Anticristo dipinse tutti i papi.... Ma questo papa Gregorio (XI) pone che è l'ultimo papa e pone che fugge in forma di fraticello. E dopo di questo papa dipinse una terribile bestia, che colla coda avvinghia molte stelle, e dalla punta della coda esce una spada. Gli uccelli del Cielo sono i religiosi e questa bestia è l'Anticristo....„ Il libro che il Vallombrosano crede composto intorno al 1138, quando probabilmente Gioachino era ancor fanciullo, non è se non quello che racchiude gli apocrifi vaticini intorno ai Pontefici, vaticini dei quali, come delle profezie di Merlino, di Cirillo e delle varie Sibille, si fecero tratto tratto nuove edizioni con aggiunte ed interpolazioni per adattarle ai nuovi fatti. Su questi libri, sfacciatamente bugiardi, e sopra un creduto vaticinio tradotto, dicevasi, dall'ebraico in latino per opera di un Dandolo Ilerdense, e intitolato Oroscopo, fonda altresì le sue congetture l'eremita calabrese Telesforo o Teoforo o Teleoforo da Cosenza. Per parte mia credo che questo profeta faccia il paio col supposto Cirillo; e parmi non poco probabile che sotto il pseudonimo di un conterraneo di Gioachino si nasconda qualcuno, che non vivea molto lontano dalla Curia avignonese e ne divideva le speranze. Comunque sia, racconta il nostro eremita che vivendo nelle solitudini di Tebe presso Cosenza, dopo avere sparse molte lagrime e durati parecchi digiuni per divenir degno di conoscere il principio e il termine dello scisma; finalmente addormentatosi in sull'aurora della Pasqua del 1386, gli apparve un angelo dal volto verginale, dall'ali lucenti e dell'altezza di due cubiti, che lo invitò a raccogliere i libri di Gioachino e di Cirillo, se voleva conoscere il segreto che tanto l'affannava. Destatosi l'eremita si mise a cercare insieme con un suo compagno, Eusebio Vercellese, le opere dei due profeti, e non solo quelle trovò in gran copia, ma tutte le altre che vi ho testè citate. Come si vede, il Cosentino, benchè gli appaiano gli angeli dalle bianche vesti, non è neanche lui un profeta, ma piuttosto uno studioso delle altrui profezie. E resta altresì molto indietro ai predecessori suoi; poichè non nelle sacre carte cerca di leggere l'avvenire, ma nelle profezie più recenti, e non nelle autentiche, ma nelle spurie, come a dire i falsi vaticini sui Pontefici, che egli conosce sotto il nome di Fiore, e il falso commento alla pretesa profezia di Cirillo. La sua ingenuità arriva anzi a tal segno, da credere in buona fede che Gioachino, morto nel 1202, abbia potuto commentare la profezia Cirilliana, la quale, secondo Telesforo, sarebbe apparsa nel 1264. Ma i profeti, che vedono tanto bene nel futuro, non hanno l'obbligo di conoscere per filo e per segno il passato. Alla luce di queste pseudo-profezie al nostro eremita si rischiarano tutti i dubbi; ed ora legge nell'avvenire come in un libro aperto. “Il presente scisma, ei scrive, è nato dai vizi e dalle colpe della Chiesa, che dei beni terreni apparve più sollecita che degli spirituali; e non avrà fine se non al tempo dell'angelico pastore, che seguirà immediatamente alle presenti tribolazioni, e rinunzierà spontaneamente a tutti i suoi possessi.„ Dicevano in Avignone che la ragione del ritorno della Santa Sede in Italia dovevasi ricercar nel desiderio di riconquistare quel dominio temporale, che i principi e le città collegate con a capo Firenze stavano per togliere alla Chiesa. Ed aggiungevano che sarebbe stato molto meglio subire tale spogliagione, che mettersi allo sbaraglio di uno scisma. Anzi l'antipapa Clemente di una gran parte del patrimonio di San Pietro avea costituito un ducato in favore dell'Angioino, per riceverne aiuto e difesa nelle presenti strettezze. Telesforo, andando più oltre, aggiunge che il successore di Clemente, o il Papa Angelico, non ad una parte sola dei possessi suoi rinunzierebbe, ma bensì a tutti. Se non che prima che spunti questo avventuroso giorno nuove calamità sovrasteranno ai fedeli, e dalla Germania sorgerà, secondo un'antica leggenda tedesca, un terzo Federico, della semente del secondo, il quale, non meno infesto alla Chiesa, pugnerà contro la Francia, come un tempo Manfredi contro Carlo d'Angiò, e più fortunato di lui riuscirà a menare prigione il re francese. Ma non tarderà molto, che le sorti della guerra muteranno e l'imperatore tedesco sarà sconfitto e l'impero stesso passerà nelle mani di re Carlo di Francia, il quale, stretto in intimo accordo col Papa Angelico, dominerà tutto il mondo cristiano, sconfiggerà i Saraceni, convertirà i Tartari, e la Chiesa greca unirà con la latina. Nel qual tempo si verificherà l'antica profezia di un solo ovile e di un solo pastore, e per lunga pezza la pace sorriderà agli uomini. Nè qui si arresta l'incauto profeta, ma discorre ancora dei successori del Papa Angelico, che saranno in numero di tre, dopo i quali il Diavolo sarà sciolto di nuovo, e verrà l'ultimo Anticristo, che con doni ed incanti sedurrà il popolo dei credenti; dopo di che seguiranno la finale catastrofe e il giudizio universale. Di tutti questi avvenimenti, dei quali neppur uno si è verificato, è così certo il nostro eremita da snocciolarvene le date con precisione matematica. Lo scisma avrebbe fine nel 1417, e nel 1432 sarebbe legato Satana, e tra altri 420 anni dal 1386, vale a dire nel 1806, sarebbe accaduto il giudizio universale. Siamo, come si vede, in piena decadenza della profezia. Telesforo è un commentatore di commentatori; e non si contenta se non quando ha colmate tutte le lacune, assegnate tutte le date. La sua profezia è un libro di partito, scritto per rincorare i suoi, ed accertarli che, non ostante i rovesci e le sconfitte, la vittoria finale non sarà per mancare. Non gl'importa che di lì a poco tempo il fatto possa smentirlo. Quel che preme ora, è non perdersi d'animo; e nulla giova tanto ad assicurare la vittoria, come la piena fiducia di doverla conseguire.
Il libro di Telesforo ebbe un grande ed immeritato successo; e sei anni dopo che fu pubblicato, vale a dire nel 1392, Enrico di Langstein ne scrisse una confutazione stringente. Ed Enrico era uno dei più dotti teologi del tempo e vice-cancelliere dell'Università di Parigi, e nello scisma ebbe una parte importantissima; perchè sostenne validamente non potersi comporre il conflitto, se non a patto che entrambi i papi deponessero il loro potere e lasciassero ad un Concilio la cura della nuova scelta del pontefice e della sospirata riforma della Chiesa; idee che, svolte poi dal Gerson, trionfarono nel Concilio di Costanza. Orbene quest'uomo, così dotto e così pratico, non ebbe disdegno di combattere le profezie del preteso Telesforo. E la ragione sta in questo, che tutti in quel tempo erano inclinati ad accogliere le voci profetiche. Lo stesso Enrico, se non presta fede a tutte le puerilità dell'Eremita, se gli rimprovera di attingere a sorgenti impure e non approvate dalla Chiesa, crede però anch'esso nella prossima venuta dell'Anticristo; e di Arnaldo di Villanova fa tanto conto che lo mette a pari di santa Ildegarde, la Sibilla tedesca come ei la chiama, e rimprovera Telesforo di non averne conosciute le opere.
Parimente nella prossima venuta dell'Anticristo crede un altro teologo, Niccolò Oresme, precettore del re Carlo V di Francia. Mandato dal re francese alla Curia pontificia in Avignone, vi tenne un ardito discorso predicente lo scisma, e liberatosi poscia dall'accusa di eresia con tale vantaggio da meritare il vescovato di Lisieux, seguitò a meditare sui destini dell'umanità, e pur combattendo le dottrine gioachimite intorno alle tre età e all'Evangelo eterno, si fece a dimostrare in un libro De Antichristo, scritto, a quel che sembra, allo scoppiare dello scisma, che fra non molto si verificherebbero le terribili profezie dell'Apocalisse, stando almeno a parecchi indizi, tra i quali è da contare il pressochè compiuto annichilamento dell'Impero, la tepidezza della carità, la dissolutezza e la simonia dell'alto clero, il pullulare di nuove eresie, e più che tutto l'apparizione di quei falsi profeti che sono i Gioachimiti. Ed enumerati ad uno ad uno questi segni precursori, il dotto prelato si fa a descrivere il futuro Anticristo, che nascerà in Giudea e coll'apparenza della santità e con larghi donativi si guadagnerà molti cristiani, allontanandoli dalla vera fede, e fattosi eleggere loro re, perseguiterà a morte gli ortodossi, e con alterna vicenda di sconfitte e vittorie travaglierà tutto il mondo, finchè Cristo stesso non scenderà in terra per levarlo di seggio e cacciarlo in inferno con tutti i suoi seguaci.
Non meno convinto della vicina catastrofe era quel Domenicano spagnuolo ricordato più sopra, Vincenzo Ferrer, che nelle sue predicazioni e in una lettera indirizzata al papa avignonese Benedetto XIII il 27 luglio 1412 affermava dover coincidere la venuta dell'Anticristo con la fine del mondo, ed essere imminenti e l'una e l'altra; poichè già da cento anni ai beati Domenico e Francesco era stato rivelato che tre spade percuoterebbero la terra, vale a dire la persecuzione dell'Anticristo, la conflagrazione, e il giudizio universale. Inoltre nell'Apocalisse è detto che Satana, dopo mille anni dacchè fu legato, sarà sciolto di nuovo e sguinzagliato contro i fedeli. E Satana fu legato non alla venuta di Cristo, come dicono alcuni, ma ben piuttosto al tempo del beato Silvestro, quando l'Impero romano si convertì alla nuova fede e il paganesimo fu vinto. Da quel tempo i mille anni sono già trascorsi, e l'estrema ruina si appresta cito et bene cito ac valde breviter; e gli stessi ordini religiosi, il Domenicano e il Francescano, istituiti per ritardarla, sono pressochè distrutti, poichè è venuta meno la rigida osservanza delle loro regole. Le opinioni apocalittiche erano state fino allora proprie del sodalizio francescano, e della parte più esaltata degli spirituali; ora penetrano nell'ordine domenicano; e dopo Vincenzo Ferrer un altro predicatore, Manfredo di Vercelli, le va spargendo per l'Italia settentrionale, traendo seco le turbe atterrite.
Ma questi tetri pronostici fallirono alla lor volta del tutto; anzi composto a Costanza il grande scisma, e vinto senza fatica l'altro che vi tenne dietro a Basilea, il papato parve sorgere a nuova vita e riprendere il prestigio goduto ai giorni d'Innocenzo III e di Gregorio IX. Senonchè l'attento osservatore sotto l'apparenza ingannatrice non tardava a scoprire i segni di nuovi mali. La Curia non era più, come in Avignone, alla mercè del re di Francia; ma la corruzione, tanto rimproverata alla Corte avignonese, non era scomparsa sotto altro cielo. E per un certo rispetto pareva si andasse di male in peggio; poichè ora con cinico sorriso si mettevano a nudo le proprie brutture, e le facezie di Poggio Bracciolini trovavan lieta accoglienza nelle stesse sale del Vaticano. Aggiungi che al cessare degli scismi lo spirito cristiano non che informare uomini ed istituzioni, pareva invece soffocato dal rifiorire della cultura pagana e dalla ognor crescente miscredenza, e la stessa Curia pontificia aveva a segretari uomini, che eglino per i primi non prestavano fede ai brevi ed alle bolle da loro distesi come saggio di elegante latineggiare. Infine un'altra piaga si riapriva nel seno della Chiesa, e più maligna delle precedenti, il nepotismo, che da Paolo II a Sisto IV divenne sempre più minaccioso, e con Alessandro VI non conobbe più modo nè misura.
In queste condizioni, quando le sorti della Chiesa parevano disperate, e lo stesso Vicario di Cristo era accusato a torto o a ragione delle tresche più scandalose, tonò potente la voce di Gerolamo Savonarola. In lui la profezia dal basso loco, in che era caduta, assurge novamente a sublimi fastigi. Al pari dei suoi predecessori egli lavora d'interpretazioni e di commenti sui libri profetici del Nuovo e del Vecchio Testamento; l'Apocalisse, i Profeti e il libro dei Salmi sono i suoi testi prediletti. Se non che non parla più, come i predecessori suoi, della prossima venuta dell'Anticristo e della fine del mondo, ma solo dell'imminente rinnovazione della Chiesa. E i suoi vaticini trae, come l'Oresme, da diversi indizi, che ha cura di enumerare ad uno ad uno nella famosa predica del 14 gennaio 1494. “Hora, egli dice, cominciamo dalle ragioni che io t'ho alleghate da parecchi anni in qua, che dimostrano et pruovano la renovatione della Chiesa. Alchune ragioni sono probabili, che gli si può contradire, alchune sono demonstrative, che non se gli può contradire, perchè son fondate nella scriptura sancta. La prima è propter pollutionem prelatorum. Quando tu vedi un capo buono, dì che il corpo sta bene. Quando el capo è captivo guai a quel corpo. Però quando Dio permecte che nel capo del reggimento sia ambitione, luxuria et altri vitii, credi che il flagello di Dio è presso.... La terza per exclusionem istorum. Quando tu vedi che alchuno Signore o capo di reggimento non vuole e buoni et onesti appresso, ma gli cacciano, perchè non vogliono che gli sia dicta la verità, dì che il flagello di Dio è presso.... La sexta propter multitudinem peccatorum. Per la superbia di David fu mandata la peste. Guarda se Roma è piena di superbia, luxuria et avaritia et simonia. Guarda se in lei multiplicano sempre li captivi et però dì che il flagello è presso.... Tu dirai: O egli c'è tanti religiosi e tanti prelati più che ne fussi mai. Chosì ce ne fussi mancho. O cherica, per te orta est hæc tempestas! Tu se' cagione di tucto questo male et oggidì ad ogni uno gli pare essere beato chi ha el prete in casa; et io ti dico che verrà tempo che si dirà: Beata quella casa che non ha cherica rasa. La decima è propter universalem opinionem. Vedi ognuno che pare che predichi et aspecti el flagello et le tribolatione.... Lo abbate Joachino et molti altri predicano et annunziano che in questo tempo ha advenire questo flagello.„
Il Savonarola adunque non diversamente dai suoi predecessori è un profeta più di riflessione che d'ispirazione, e nelle previsioni sue l'ermeneutica biblica e le dottrine teologiche hanno la parte preponderante, come in quelle dell'abate Gioachino, che egli stesso cita. Ma ciò non pertanto a scoprire nelle sacre carte il senso, che agli altri sfuggiva, occorrevagli una singolare attitudine o un'illuminazione dall'alto. E questo dono singolaro nessuno più del Savonarola è convinto di averlo. “Chi dubiterà — egli scrive — che il giglio sia bianco se non il cieco?... Le cose avvenire appariscono tanto chiare nel lume della prophetia, che colui il quale ha tal lume non può avere dubitatione alcuna„. “Et dicoti che si verificherà ancora il resto che non fallirà una iota et io ne so certo più che non sei tu che due e due fanno quattro, et più che io non so certo che io toccho questo legno di pergolo, perchè quello lume è più certo che non è senso del tacto. Credimi, Firenze; tu dovresti pur credermi, perchè di quel che t'ho decto non ne hai veduto fallire una iota fino a qui, et anco per l'avenire non ne vedrai manchare niente„. A lui non sembra come a santa Brigida e a santa Caterina di avere diretti colloqui con Cristo o con la Vergine, nè la sua fantasia sa levarsi alle grandiose rappresentazioni di Ezechiello e dell'autore dell'Apocalisse. Anzi talvolta l'arte gli fa tanto difetto, che cade nel trito e nel minuto, come in una descrizione del Paradiso inserita nel compendio delle Rivelazioni. Ma senza dubbio lampi di vero genio guizzano talvolta nelle sue prose e nelle sue poesie. E talune delle visioni sue colpirono talmente i contemporanei, che furono riprodotte in molte incisioni, come quella apparsagli nell'anno MCCCCLXXXXII, “la nocte precedente all'ultima predicatione che fue in Sancta Reparata, quando vide una mano in cielo con una spada sopra la quale era scripto: La spada del Signore colpirà tosto e veloce. E da poi questo la mano rivolse la spada verso la terra et subito parve che si rannugholassi tutto l'aere et che piovessi spade et gragnuola con grandi tuoni et saette e fuochi et fu in terra facto guerra pestilenza et carestia„. Non c'è nulla di strano che queste visioni ei l'abbia avute realmente. La sua fantasia, piena di ricordi biblici, non posava mai, il suo corpo estenuavano i digiuni e le fatiche della predicazione, il suo animo combattevano speranze e timori senza fine. Non erano fredde lucubrazioni le sue, ma sensazioni potenti che sentiva nel più profondo dell'essere suo prima di comunicarle agli altri.
Se non che il Savonarola non era soltanto un mistico ed un veggente, ma possedeva altresì uno squisito senso della realtà; e gran parte delle previsioni sue, come quelle intorno alla discesa di Carlo VIII ed all'espulsione dei Medici, si dovevano, più che alla sua natura profetica, alla conoscenza profonda, che egli aveva degli uomini e delle cose. Certo nessuno meglio di lui seppe consigliare ai Fiorentini, tornati liberi, la forma di governo più opportuna. E nessuno vide meglio di lui che la repubblica non sarebbe durata se non ad un patto, che si fossero rappaciati gii animi e scordate le antiche offese. Nella sua grande anima il Savonarola riunisce le doti e le tendenze più disparate. E se nei suoi vasti disegni pensava alla Chiesa tutta, che avrebbe dovuto tornare alla severità degli antichi costumi, non trascurava le sorti degli Stati, non meno bisognosi di riforme della Chiesa stessa, a cominciare da Firenze, la patria di adozione, che esercitava su di lui, come su tutti noi, il suo fascino irresistibile. Ed a Firenze avea consacrata non piccola parte dell'opera sua fin da quando, chiamato al letto del morente Lorenzo, non volle, a quel che raccontano, udirne la confessione se prima non avesse promesso di ridare la libertà alla sua patria. Le due riforme andavano, secondo lui, strettamente congiunte, perchè si potesse ritornare a quel tempo glorioso, quando i più rigidi e intemerati papi stavano al governo della Chiesa, e la Chiesa stessa era l'anima dei liberi comuni. Senonchè quella età era ben lontana, e la storia, per sforzi che si facciano, non torna indietro. Le due riforme, che il frate di San Marco congiungeva nel suo pensiero, si recavano vicendevole impaccio, come i fatti dimostrarono ben presto. Secondo l'austero riformatore Firenze, conquistata la libertà e il governo di sè, dovea ora rinnovare la sua coscienza, e da pagana che era, in gran parte, rifarla cristiana. Nè aveva a tollerare più a lungo quei canti e quelle feste carnescialesche, onde fu celebre il governo di Lorenzo, e lo Stato, prendendo il luogo della Chiesa, dovea punire come infrazioni delle leggi sue quelli che la Chiesa condannava come peccati. Cristo dovea assere il re di Firenze, e in suo nome aveasi a riformar la città. Le quali idee del frate tornavano ostiche, non solo ai partigiani dei Medici, ma ben anche ad una parte degli aderenti all'ordine nuovo, che mal pativa la città si governasse dal pergamo, con metodi e con idee fratesche. E quando il Savonarola concepì l'infelice disegno di fare accendere in piazza della Signoria un gran fuoco per bruciarvi quanti oggetti di lusso o di vanità fosse dato raccogliere, le loro rampogne non conobbero misura, e l'odio contro il frate crebbe a tal segno, che la parte dei repubblicani, a lui ostili, fu detta degli Arrabbiati. Dall'altro lato se la religione, secondo la mente del Savonarola, dovea informare lo Stato fiorentino così da dargli sembianza di teocrazia, lo Stato alla sua volta aveva da esercitare un'azione non meno potente sulla religione; poichè da Firenze, che è, come egli dice, l'ombelico d'Italia, doveva sprigionarsi la scintilla del grande incendio della Riforma. Ed anche da questo lato non potevano tardare i disinganni; perchè la parte politica del Savonarola avea da sostenere l'urto non pure dei nemici interni, ma di un avversario ancor più potente, qual era il Papa, che impersonava la gerarchia. Nè ci voleva molto a prevedere che nell'impari lotta contro la doppia potestà temporale e spirituale, ne andrebbe fiaccata. E il Savonarola stesso lo sa, e con mirabile divinazione predice che la prima vittima sarà lui; ma un fato lo trascina ed egli non sa resistere.
Non è dubbio, dicemmo, che la propaganda del mistico profeta dovesse recare non poco danno all'opera politica da lui intrapresa, e non è dubbio altresì che danno non minore dovesse recare l'inframmettenza politica al disegno di riforma religiosa. In che stesse codesta riforma è manifesto. Il Savonarola, al pari dei profeti che lo precedettero, non intende di toccare nessun punto del domma, e quelli che, a cominciare da Lutero stesso, ne vogliono fare un precursore della Protesta, s'ingannano di gran lunga. Ei voleva solo che la Chiesa si lavasse dalle brutture presenti, che sulla cattedra di San Pietro sedesse un papa santo, non diverso dal Papa Angelico vagheggiato dalle età precedenti, e che la corruzione provenuta dall'avidità di ricchezze e di potere cedesse il campo alla povertà e alla semplicità primitiva. La prima riforma che il Savonarola intraprese in piccolo, quando ottenne che il convento di San Marco, sottraendosi alla giurisdizione del provinciale lombardo, si ponesse a capo della nuova provincia toscana, fu appunto questa d'introdurre nell'interno del chiostro domenicano la stretta regola della povertà evangelica, presso a poco come la intendevano i Francescani spirituali. Ma la conseguenza logica di questo indirizzo più severo sarebbe stata appunto di vietare che gli uomini di Chiesa si mescolassero nelle cose dello Stato. Il che mal s'accordava col fatto che un frate fosse a capo di una parte politica, qual era quella dei Piagnoni. Evidente contraddizione questa che ebbero ben cura gli avversari di mettere in piena luce. Invano il Savonarola adduceva l'esempio del cardinale Latino, di santa Caterina da Siena e di sant'Antonino arcivescovo di Firenze. Indarno protestava non essersi delle faccende dello Stato in particolare mai impacciato, e solo le norme generali del governo aver suggerito per la salute temporale e spirituale dei Fiorentini. Le sottili distinzioni non gli giovavano. E per vincere l'ardua prova di condurre a buon fine le due riforme, che mal s'accordavano insieme, sarebbe occorsa a Firenze maggiore forza e più robusta fede di quella che avesse in realtà. Per fermo era un sogno, che questa piccola repubblica, stretta intorno da tanti e così diversi nemici, potesse alla lunga resistere alle minacce di Roma. Oltre a che il Savonarola avea da combattere contro un pontefice, che, se dava ogni giorno nuova materia a scandali e maldicenze, vinceva tutti in scaltrezza, e che anche questa volta non si smentì. Non appena Alessandro sente che un frate fiorentino osa dal pergamo sparlare di lui e del suo governo e predicare l'imminenza della Riforma, lo chiama a Roma con lettera affettuosa e allettatrice. Scusatosi il Savonarola di non potersi muovere e per lo stato di sua salute e per le condizioni della città, gli vieta di predicare più oltre. Fallitogli per insistenza della Signoria fiorentina anche questo provvedimento, delibera di distruggere l'autonomia, da lui stesso concessa, del convento di San Marco, e di assorbire la nuova provincia toscana in una più larga, che prende il nome di tosco-romana, il che voleva dire mettere San Marco e il guardiano suo nelle mani di una creatura del Papa. Nè il Savonarola nè i suoi dipendenti si piegano al duro decreto, ed Alessandro VI alla sua volta non tarda a scomunicarli tutti come ribelli agli ordini suoi, e chiedere al governo fiorentino di assicurarsi del loro capo, se non voleva rendersene complice, ed incorrere nell'interdetto. Queste gravi misure non disanimavano il Savonarola, che dopo breve intervallo di silenzio ritorna sul pergamo e dichiarata nulla e vana la scomunica, ribadisce le sue profezie, sempre più convinto che non un iota, com'ei diceva, ne fallirebbe. “O uomini religiosi, esclama nella predica del 25 febbraio 1497, o Roma, o Italia, e tutto il mondo chiamo, fatevi innanzi. Questo che io dico o è da Dio o no. Se è da Dio voi non potete impugnarlo, e se impugnate, perderete con vostro danno; se non è da Dio mancherà presto per sè medesimo.„ E più gravemente in quella del 18 marzo: “Dico che quando è guasta la Chiesa, non è potestà ecclesiastica, ma è potestà infernale e di Satanasso. Io ti dico che quando ella adiuta le meretrici, li cinedi et li ladroni et perseguita e buoni et cercha di guastare el ben vivere christiano, allora ella è potestà infernale et diabolica, et hassegli a fare resistenza„. Era guerra aperta e a ferri corti, e il Savonarola non disperava di vincerla. In una lettera ad un amico ricorda che i concili di Pisa e di Costanza aveano stabilita la superiorità della Chiesa tutta, rappresentata dal Concilio sul Papa, e il dritto di deporlo, dove si fosse chiarito indegno di tenere l'alto seggio. Dottrina già sostenuta un tempo da Marsilio da Padova e dall'Occam, e più di recente difesa dal Langstein, dal Gerson, dal Piccolomini, dal Cusano. E al Gerson il Savonarola s'appella, e spera che il re di Francia o l'imperatore dei Romani, o tutti insieme bandiscano un Concilio, che ponga fine agli scandali e alle simonie. E nello stesso collegio cardinalesco si affida di trovare aiuto, specie nel cardinale della Rovere, che fu poi Giulio II, il quale pubblicamente accusava il Papa di aver compra la tiara a contanti.
Ma tutti questi calcoli erano sbagliati. Le teorie di Pisa e di Costanza, se non pubblicamente condannate, furono ferite a morte dopo lo scacco del Concilio di Basilea e la sottomissione dell'antipapa da questo nominato. E gli uomini più eminenti, come il Cusano e il Piccolomini, ebbero a ricredersene anche prima che l'uno fosse fatto cardinale di San Pietro in Vincoli, e l'altro assumesse la tiara col nome di Pio II. Nè era credibile che il disegno fallito a Basilea, d'introdurre nella Chiesa in luogo del monarcato assoluto un governo a larga base, potesse riescire ora che le condizioni vi si prestavano meno. Certo è che quando il Savonarola levò il suo grido contro quel papa, che la Chiesa stessa deplora d'aver avuto a capo, nessuno lo raccolse, e gli Arrabbiati seppero ben cogliere l'occasione delle minaccie papali per sbalzare di seggio la parte politica devota al Frate. Nè solo i politici gli si mossero contro, ma benanche la maggior parte del clero con i frati minori alla testa, i quali sfidarono il Profeta di provare la verità delle predizioni sue coll'esperimento del fuoco. Il Savonarola non voleva accettare la strana sfida, che sapeva bene non essere se non un tranello; ma il suo fido compagno fra Domenico, convinto della bontà della loro causa, l'accettò e sarebbe certo entrato nel fuoco, se il Minorita si fosse fatto innanzi. Costui però, come era da prevedere, non si presentò, il truce spettacolo non ebbe luogo, e la gran folla adunata in piazza della Signoria per assistervi, a tarda sera si sciolse indispettita e minacciosa. Da quel giorno la sorte del Savonarola era decisa. Ben presto fu dato l'assalto al suo convento, e vinta facilmente la debole resistenza, che una parte dei Piagnoni ancora opponeva, fu tratto in prigione, come volgare malfattore, quell'uomo dalle cui labbra pochi giorni innanzi pareva che il popolo tutto pendesse. La Signoria non volle consegnarlo al Papa, ma dopo lunghe trattative ottenne che il processo fosse fatto in Firenze e vi prendesser parte i magistrati fiorentini.