Potrebbe sembrare strano come il Governo tanto tenesse ad istruire un processo, senza dubbio più ecclesiastico che civile e per la qualità delle persone e per l'indole stessa dell'accusa di ribellione al Papa, i cui ordini non furono eseguiti, le scomuniche sprezzate. E la Signoria stessa ebbe a ricorrere ad una menzogna per giustificare l'opera propria, asserendo, nell'intestazione degli atti processuali, che i giudici da lei scelti procedevano per conto e per mandato del Papa, mentre questi non avea potuto avere il tempo di manifestare la volontà sua. Perchè tanta insistenza? La ragione è chiara. La Signoria, sotto al processo ecclesiastico, ne ordiva uno politico, e non solo il Savonarola voleva colpire, ma tutta la sua parte. E sperava che il Profeta, innanzi al quale fu visto allibire lo stesso Lorenzo dei Medici, smentisse sè stesso, perchè, non solo scomparisse dalla scena politica, ma ne fosse per sempre macchiata la fama, e passasse appo i posteri quale impostore, nè fosse possibile che la parte, della quale egli era anima e mente, riprendesse lena e del di lui nome si giovasse. A tale scopo non fu risparmiato nessun mezzo. Furono somministrati all'infelice in un solo giorno tre tratti e mezzo di fune, che gli slogarono le ossa e sconciarono la mano destra, furono alterati i verbali delle sue risposte, mandati in giro con glosse, che, guastando il senso, rivelavano con la nequizia l'inabilità del notaio che le stese. Ed i Signori ottennero in parte l'intento loro. Il Savonarola già nel pieno trionfo della sua carriera non è sempre sicuro di sè. Dice bene spesso che le sue rivelazioni le ebbe da Dio, e ribatte tutti gli argomenti degli avversarii che il dono profetico gli volevan contrastare; ma talvolta dichiara di non essere nè profeta nè figlio di profeta, e che tutto quel che dice lo ha ricavato dallo studio attento delle sacre carte, che ogni uomo di qualche levatura può fare. In lui, come in tutti i presaghi dell'avvenire, non di rado con la fiducia piena s'alterna il profondo scoraggiamento. Non è dunque strano che davanti ai suoi giudici, dopo aver sofferte le più atroci torture e i più cocenti disinganni, sconfessi il suo dono profetico. Talvolta il primo uomo risorge e si ribella alle sue stesse confessioni, come in queste memorabili parole pronunziate il 20 maggio 1498 nell'apparecchiarsi ancora una volta alla tortura: “Hor su uditemi: Dio, tu m'hai colto, io confesso che ho negato Christo, io ho detto la bugia. Signori Fiorentini, siatemi testimoni, io l'ho negato per paura di tormenti; s'io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l'ho havuto da Dio; Dio tu mi dai la penitenza, per averti negato per paura di tormenti, io lo merito.„ Ma questo ritorno fu un lampo. Dimandato in sulla fune sconfessò le dichiarazioni sue e nel giorno seguente confermò di aver detto “come huomo passionato, e che voleva sbrigarsi da una gran briga„. Il 23 maggio 1498 egli ed i suoi compagni, fra Domenico e fra Silvestro, furono degradati e consegnati al braccio secolare, e alle dieci del mattino le livide fiamme del rogo ne accolsero i cadaveri.

I pensieri dominanti del Savonarola furono questi due: la rinnovazione della Chiesa e la libertà del popolo fiorentino; l'una da promuovere, l'altra da stabilire e difendere. E i principi della Chiesa e i signori del popolo si strinsero insieme per darlo al rogo, vittima espiatrice delle sue grandi aspirazioni. Con la morte del Savonarola la Profezia ammutisce, nè più si ode, fuorchè a un secolo di distanza negli insipidi vaticini dello pseudo-Malachia, e nella debole eco di un altro domenicano, uomo politico anch'esso, fra Tommaso Campanella. Negli anni che seguono al martirio del Ferrarese, l'ora del tremendo giudizio non s'attende più, è già suonata. Ma nessun profeta l'annunzia, e quando più fervono le lotte religiose, e torrenti di sangue dilagano per l'Europa, nessuna voce risuona a confortare gli animi con la promessa di giorni migliori. Simili ai dannati danteschi, i profeti di cui vi ho ricordate le strane visioni, a furia d'aguzzar gli occhi nel futuro, brancolano come ciechi nelle tenebre, quando si tratti del presente:

Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,

Le cose, disse, che ne son lontano,

Cotanto ancor ne splende il sommo Duce;

Quando s'appressano, o son, tutto è vano

Nostro intelletto, e s'altri noi ci apporta

Nulla sapem di vostro stato umano.

LA PITTURA DEL 400 A FIRENZE

DI