Voi vedete che non solamente Giotto era un egregio pittore, un egregio architetto, ma era anche, per le cognizioni del tempo, un ottimo architetto di castrametazione, cioè di architettura militare. Visitando a Padova la cappella degli Scrovegni ho avuto la fortuna di vedere uno dei più preziosi ricordi dell'arte sua pittorica, e in cotesto luogo, dove nella parte inferiore di questa cappella, da un lato sono dipinte a chiaroscuro le sette virtù, e dal lato opposto i sette vizi che a quelle si contrappongono, m'è parso vedere quanto, fino da quel tempo e similmente a Dante, Giotto sentisse della pura, della vera arte classica antica. La Speranza effigiata in profilo con delle ali non troppo robuste che vola verso il cielo protendendo le mani ad una corona che gli viene porta da un angioletto, ha tutto l'andamento d'un bassorilievo etrusco, di quelle figure di angioli, che pur gli Etruschi conoscevano, e che mettevano sui loro sarcofagi. La figura della Prudenza colla bocca sbarrata da una specie di lucchetto, con la mano sopra una spada che poggia con la punta in terra, vestita d'un ampio paludamento, con le pieghe mosse a modo di quelle che coprono le statue delle Vestali romane, mi ha richiamato all'idea, che come Dante aveva riconosciuto in Virgilio il maestro suo ed era risalito all'antichità classica per produrre il più classico monumento dell'età moderna, così Giotto avesse dai pochi avanzi che allora si avevano della santa antichità pagana tratto argomento a migliorare l'arte sua, per quanto cristiana, mistica e modernissima.

Giotto ebbe vita molto fortunata, imperocchè torno a ripetere quanto avvertii nell'anno passato, che le discordie intestine, laceranti in Italia le varie repubbliche, a tale che Firenze bandiva dalle proprie mura Dante Alighieri, non influivano gran cosa sull'arte. L'artista era festeggiato per tutto, e quindi, sia nell'arte della letteratura, sia nelle arti plastiche si formava quel gusto, quella parentela italiana, la quale faceva che Italia, ad onta delle sue immense e deplorabili divisioni, pur tuttavia si formasse un gusto, ed una persona propria; persona tanto grande, tanto splendida di bellezza e di gloria, che ad onta dei vizî e delle sventure mai non doveva perire e ci doveva condurre come oggi siamo, a coacervare le sparse membra, e poter dire: l'Italia è una nazione ed un popolo intiero!

II. L'Angelico.

Salutata così la gran figura di Giotto entro più specialmente a parlare dei pittori del 400. Parlare di tutti è assolutamente impossibile, scegliere i più grandi mi pare anch'essa ardua fatica ed impossibile cosa. È tanto magnifica quella epoca, che perdersi nella quisquilia di mettere quei giganti a rango di altezza è cosa troppo difficile e nella quale mi dichiaro incompetente. Io prenderò a parlare, perchè il tempo incalza e l'ora fugge, di quelli che più mi sembrano caratteristici dell'epoca loro, di quelli che forse maggiormente corrispondono al mio sentimento individuale.

Fra questi primeggia un altro Mugellese, Guido da Vicchio, il quale nel 1407 veniva accolto novizio nell'ordine dei Domenicani e nel convento di San Domenico di Fiesole. Figlio di Pietro da Vicchio questo fraticello, che nell'ordine prese il nome di Giovanni, ebbe poi ad essere chiamato l'Angelico, perchè veramente sembrò ai suoi contemporanei, ed anche ai presenti lo sembra, che l'opera sua fosse opera d'Angelo o di ispirato da celestiali apparizioni. Dei suoi maestri, di come egli entrasse nella carriera della pittura poco o niente si sa; se non che è certo che in quell'epoca nei conventi dei Domenicani vi era una scuola speciale di miniatura per abbellire ed alluminare i salteri ed i codici che servivano per le orazioni della Chiesa. A me sembra che non occorra cercare di più; a coloro i quali ancora si domandano dove e come l'Angelico imparasse a dipingere la gran pittura, io rispondo, che se in quel convento si studiava tanto e così bene da illustrare, come si illustravano, salteri con delle miniature che sotto tutti i rapporti sono quadri e valgono per quadri, è lì che egli ha appreso i rudimenti dell'arte, ed è col suo solo ingegno che li ha sviluppati fino al punto di fare i magnifici freschi che decorano il Vaticano ed il convento di San Marco; e ciò per quella gran ragione che l'arte in quei tempi veniva quasi di getto, da tutte le parti si entrava nell'arte, perchè essa era considerata una cosa sola, e non esistevano quelle per me fatali divisioni, le quali la spezzettano in mille modi, per fare dei mestieranti sempre, degli artisti mai.

Nel 1409 l'Angelico dovette lasciare, insieme coi suoi compagni, il convento di Fiesole, imperocchè per alcune scissure avvenute tra i religiosi, furon costretti da una ordinanza del Pontefice a sloggiare. Visse nove anni lontano da Firenze, su quel di Foligno principalmente, e fu in quell'epoca che probabilmente lavorò al convento dei Domenicani di Cortona, la quale Cortona conserva ancora molte ed insigni opere di lui. Nel 1418 lo ritroviamo nell'Umbria, e questo giova a sapersi, perchè anche in queste peregrinazioni forzate dell'Angelico si cominciano a stabilire dei rapporti di conoscenza e di buon vicinato fra gli artisti toscani e gli artisti dell'Umbria, propagandosi sempre più quelle certe parentele artistiche, quelle inoculazioni per contatto delle varie maniere, le quali poi dovevano dare origine con la scuola umbra alle glorie del Perugino e alle future apoteosi del Raffaello. Ritroveremo più tardi a lavorare in quei paesi con l'Angelico il Benozzo Gozzoli venuto con lui da Firenze come suo scolaro, e lo troveremo insieme a Gentile da Fabiano.

Nel 1418 i frati furono restituiti nel convento di San Domenico di Fiesole e nel 1443 l'arte dei lanaiuoli dette all'Angelico la commissione dello stupendo tabernacolo che oggi si conserva nella Galleria degli Uffizi. Il contratto è stipulato in questa guisa: Fu stabilito “che fosse dipinto di dentro e di fuori con colori di oro ed argento, variati e migliori e più fini che si trovano, con ogni sua arte ed industria„, ed il prezzo fu fissato in fiorini 190 d'oro. Io ho ricorso alla gentilezza del dotto economista professor De-Johannis per avere una idea del ragguaglio della moneta d'allora con quella presente per capire se vera è la leggenda che i pittori di quel tempo vissuti con semplicissimi costumi ricevessero per così dire la mercede del bracciante. Invece ho avuto dal mio dotto e carissimo amico questa risposta. Il fiorino di Firenze, la cui prima coniazione rimonta al 1252, e che era d'oro purissimo, a 24 carati, pesava una dramma, cioè 3 grammi e 2⁄100: il rapporto di valore tra l'oro e l'argento fra il 1450 ed il 1500 era come di uno a dieci: con approssimazione si calcola che nella stessa epoca l'argento avesse una potenza di acquisto circa di dieci volte maggiore dell'attuale. Per esempio il frumento si comprava con 10 drammi l'ettolitro ossia occorrevano 100 grammi, ossia 20 lire per la proporzione tra l'argento e l'oro. Ora si avrebbe in conclusione che i 190 fiorini d'oro, coi quali fu pagato all'Angelico quel tabernacolo equivarrebbero a lire 17 226. Ora siccome nel contratto si dice ancora che sarà poi pagato quel meno che alla carità del frate fosse parso opportuno, e questo s'intende che è relativo alle spese maggiori o minori che avesse dovuto sopportare per quei colori fini che si raccomandavano, per quell'oro che si doveva mettere nel fondo e che era una forte doratura, non essendo l'arte dei battiloro tanto perfezionata da formar quel velo che si mette adesso, pur tuttavia voi vedete che 17 226 lire pagate da una corporazione di artieri sono una bella moneta. Se io mi sono trattenuto sul prezzo di questa opera, sulla determinazione sua in rapporto alle mercedi attuali, ho voluto farlo perchè anche il prezzo sta a designare, come lo dice la parola, il valore d'un'opera. Se un'opera si paga cara, vuol dire che si stima assai, e ciò dimostra che a quei tempi si stimava assai l'arte, e si pagava al prezzo del suo vero valore. Dico questo per eccitamento e per esempio affinchè non serva di scusa il dire che Andrea del Sarto un giorno, preso dalla fame e dalla disperazione, per un sacco di grano fece la bellissima Madonna della SS. Annunziata.

Nel 1436 i frati di Fiesole scesero in Firenze aventi seco l'Angelico, e a Priore del convento il celebre vescovo sant'Antonino. Papa Eugenio IV trovavasi allora in Firenze pel concilio colla Chiesa greca: a Firenze era ospitato l'Imperatore greco: a Firenze Cosimo il Vecchio era signore. Voi non avete bisogno che vi dica di quanto splendore fosse ricca la nostra città in quel momento. Quando l'Angelico è venuto e ha dato mano alle pitture del Cenobio di San Marco, già Brunellesco voltava le vôlte della cupola sua, mentre Donatello era in piena fioritura, la cappella Brancacci si copriva con le pitture di Masaccio, insomma era una esuberanza, una primavera dell'arte; come questa primavera dell'arte corrispondesse alla fioritura letteraria, già ve lo diceva con eloquentissima e dotta parola Guido Mazzoni nella sua conferenza sull'Umanesimo, e poi altri ve lo dirà ancor meglio di me. In mezzo a tutto questo lavorio di menti, di scalpelli, di pennelli, di maestri di pietra, di decoratori d'ogni sorta, d'ogni risma, l'Angelico rimaneva fisso nella sua celeste visione. Egli amava l'arte con tutta l'intensità propria dei grandi ingegni, ma non la disgiungeva un momento dal concetto religioso. A parer mio l'Angelico è l'ultimo dei veri mistici, è veramente il pittore che chiude il periodo del Rinascimento pittorico artistico, religioso, iniziato da Giotto.

La pittura dell'Angelico, se si considera in relazione ad altre pitture contemporanee, è una pittura quasi un po' in ritardo, ma è una pittura certamente insuperabile nella evidenza del sentimento.

Io non so se derivi dalla costruzione della sua retina, come direbbe un materialista, o dalla serenità delle sue celesti visioni, ma il fatto si è che mentre l'Angelico, pel modo come dipinge, pare che sia precisamente un miniatore, anche nelle più vaste e più ampie pareti, si appalesa sempre per un colorista di prima forza.