Se vi presentate in una galleria qualunque con lo scopo di vedere o riscontrare un particolare in un quadro dell'Angelico e non sapete precisamente dove questo quadro sia collocato, e gettate un occhio sulle pareti della Pinacoteca, l'Angelico vi si appalesa con una nota così chiara, così brillante, così argentina, che appena entrati filate diritto sull'opera che riconoscete a distanza. Poter avere continuamente dei toni delicatissimi, fare assolutamente dell'aria aperta, non forzare mai i neri, è la sua caratteristica principale. Voi potete riscontrare quante volte vi piace quello ch'io dico guardando la Crocifissione, che è nella galleria dell'Accademia, quadro tutto verità, nel quale sono indietri meravigliosi, cielo luminosissimo senza uno scuro forzato. Ci sono però dei neri apparentemente assoluti, perchè dove mette un domenicano vestito di bianco e nero sembra che quel nero sia un nero assoluto; ma invece quel nero non fa mai toppa, mai buco, e chi conosce un poco la tecnica dell'arte sa benissimo quanta e quale sia la difficoltà di collocar bene un bianco in ombra e un nero al sole, un nero che non faccia toppa, che rimanga al suo piano in mezzo ad una gamma di colori chiari; è una difficoltà di primo ordine per un colorista, e l'Angelico nella sua semplicità la supera perfettamente.

Non bisogna dunque fermarsi solamente a contemplare nell'Angelico il pittore delle sante ispirazioni; non bisogna fermarsi solamente a contemplare nell'Angelico il pittore delle ingegnose trovate, delle dotte composizioni; ma bisogna anche tener conto che fra i coloristi fiorentini l'Angelico è un vero maestro.

L'Angelico, diventato celebre nel 1447, andò a Roma e là forse sentì la grandezza dell'ambiente che lo circondava, perchè le sue composizioni si sviluppano in una maniera più grandiosa e più magistrale che per l'avanti.

Egli fu scritturato da Enrico dei Monaldeschi per andare a lavorare ad Orvieto, ed abbiamo dal contratto fatto in cotesta circostanza, la notizia che Benozzo Gozzoli era con lui, come sappiamo che Gentile da Fabriano, stato poi maestro a Giovanni Bellini, il gran Veneziano, era pure in comunicazione di lavori e d'opere con l'Angelico. Vi richiamo a queste brevi e piccole circostanze per dimostrare come l'arte di Firenze ebbe contatti coll'arte dell'Umbria, come Gentile da Fabriano comunicò coll'arte veneziana, e mi permetto di riportarvi sempre col pensiero a questa catena che circonda l'Italia e la avvince a quegli effetti dei quali oggi noi fortunatamente godiamo il frutto.

L'Angelico che nelle sue composizioni è grandemente ascetico, è anche sottilmente sarcastico e realista nei piccoli quadretti: si vede questo nei gradini dei quadri, che illustrano con varii episodii le vite dei santi superiormente rappresentati. Citerò un gradino che si conserva nella galleria degli Uffizi rappresentante la visita di santa Elisabetta alla Madonna. La Madonna è uscita dalla casa per abbracciare l'amica che le viene incontro, mentre la serva sta dietro la porta origliando per sentire quello che dicono le padrone.

Questo viziarello domestico che si perpetua nella storia del mondo e durerà per un pezzo, era rimarcato dal giocondo fraticello, il quale si permetteva di esprimerlo con la graziosa figurina della serva che ascolta.

Egualmente è comica in un altro quadretto la meraviglia d'un converso il quale uscito dalla cella di san Domenico, sente il Santo, che ha lasciato solo, che parla con altri. Questo è l'episodio della vita del Santo, nel quale san Pietro e san Paolo gli appariscono nella cella e gli danno il bordone del pellegrino e il volume degli Evangeli. La meraviglia del frate è assolutamente comica, rimanendo pur decentissima; con questo si dimostra il buonumore e la serenità d'animo dell'Angelico, e l'attitudine che aveva di osservare nella natura e sul vero anche il lato comico delle cose con una piccola punta di realismo e di verismo non disdicevole in questo gran pittore delle visioni celesti.

Accanto all'Angelico, come vi ho già accennato, abbiamo, fra gli altri, Masolino da Panicale e Masaccio. La cappella Brancacci del Carmine è contemporanea, o presso a poco, alle opere dell'Angelico del San Marco e del Vaticano. Di Masolino da Panicale poco si sa. Certo egli è un grande e robusto pittore, il quale si avanza sicuro dell'arte già ricca di tutti i progressi che la tecnica, la prospettiva han portato nell'arte stessa.

III. Masaccio.

Masaccio che gli succede ne è una esplicazione ancora più brillante e più completa, e noi entriamo con lui nel periodo vero del secondo Rinascimento, il quale prende a venerare l'antico, dimentica il sentimento religioso puro dell'età precedente; e se rimane nella religione totalmente pel soggetto che tratta, umanizza, rende di forma meno mistica tutti i suoi concetti e progredisce nella via che oggi si direbbe del realismo. Di fatti in quell'epoca si sente già un grande agitarsi di tutte le menti per la scoperta del vero reale, del vero scientifico, mentre nei fondi dei pittori del 300 la prospettiva è messa là in un modo bambinesco, quasi ad esplicazione del soggetto. Si fa per esempio una torricina, ci si mette accanto una porta molto più piccola delle gambe di un cavallo, e di fuori ci si dipinge una cavalcata di ambasciatori molto più grandi della torre della città (e questo è un errore quasi voluto, perchè dovendo questa prospettiva rappresentare degli ambasciatori che andavano in un certo posto, uscendo da una certa città, si doveva far vedere che c'era una città e che erano usciti da una porta, magari più piccola dei cavalli che la dovevano oltrepassare, e non bastando questo magari ci scrivevano sopra il nome della città dalla quale partivano e quello della città alla quale arrivavano). Ma torniamo a bomba: invece nei primordi del 400 abbiamo le menti che si affaticano per cercare la ragione matematica della proiezione delle ombre. Già sappiamo che il maestro di Masaccio fu Brunellesco, e di questi Paolo Toscanelli dal Pozzo, sul quale sta pubblicando un libro con eruditissime ricerche il professore Uzielli. Toscanelli dal Pozzo fu uno dei più grandi matematici dei suoi tempi, ma però per quella universalità di allora su tutto lo scibile umano, era intimissimo amico del Brunellesco, ed a questo insegnava la prospettiva, la quale poi di seconda mano veniva passata a Masaccio. Voi vedete che le cognizioni negli uomini di quei tempi si accomunavano, si affratellavano, si davano la mano l'una coll'altra, e gli artisti sommi del 400, torno a ripeterlo, erano nel medesimo tempo gli uomini più colti dell'epoca loro. Nel quadro — tutto di mano del Masaccio — della cappella Brancacci, nel quale il Cristo circondato dagli Apostoli è interrogato dal pubblicano per ricevere le decime e dove il Salvatore dà ordine a san Pietro di andarle a pescare nelle branchie di un pesce (cosa che sarebbe oggi molto comoda), abbiamo una pittura limpida, chiarissima e una pittura nella quale i piani vanno dal primo all'orizzonte con una degradazione sicura, scientifica. La prospettiva aerea è bellissima: il paese che circonda le figure è tutto al suo posto, e da questo voi vedete che il progresso è evidente, che la pittura non è più mistica, non è più significativa di una sola idea religiosa, ma la storia, anche del Cristo, diventa soggetto per trattare una storia umana. Le passioni, gli affetti si svolgono umanamente, e le figure per conseguenza prendono una precisione derivante dalla tecnica studiata severamente, dal vero cercato nella osservazione non domandato ad alcuna visione rivelatrice. Masaccio, descritto dal Vasari come persona distrattissima, e che per quanto derivasse dalla celebre famiglia dei Guidi di San Giovanni, pur tuttavia fu chiamato Masaccio per la trascuratezza della sua andatura, non potè finire l'opera sua: chiamato a Roma dove lavorò alla Minerva, morì giovanissimo, ed alla cappella già incominciata da Masolino da Panicale diè finalmente mano Filippino Lippi, figlio di frate Filippo Lippi, dato in educazione alla morte del padre a Sandro Botticelli. Uno di codesti affreschi, quello che rappresenta la risurrezione del nipote dell'imperatore per opera di san Pietro, è un affresco misto, e dipinto in parte da Masaccio, in parte da Filippino; di faccia abbiamo un affresco tutto di Filippino, al di sopra abbiamo l'affresco tutto di Masaccio, e più in alto gli affreschi già compiuti da Masolino da Panicale. Sarebbe difficilissimo oggi trovare tre artisti i quali potessero fare convenientemente la decorazione intiera ed unica d'una cappella facendo ciascuno un quadro per conto proprio: impossibile quasi direi che nel medesimo affresco potessero dipingere due artisti senza darsi noia uno coll'altro. Ora io di questo fatto tengo conto perchè mi sembra importantissimo per spiegare come l'indirizzo degli studi, la buona fede colla quale un artista dava mano all'altro, la comunanza di idee nella quale vivevano, facesse sì che si potesse avere un'opera perfetta, ed un'opera triplice ed una nello stesso tempo.