Ricche e variopinte anche le vesti degli uomini. I patrizi, secondo i vari uffici e le solennità, andavan vestiti di raso, di velluto, di zendado cremesino, di broccato d'oro. Nell'inverno, gli abiti, con ricami di cordoni d'oro e d'argento, si foderavano con finissime pelli di gran prezzo. Elegantissimo il costume dei Compagni della Calza, brigate di gentiluomini uniti nell'intento di dare feste, tornei, spettacoli d'ogni maniera. Si chiamavano della Calza, perchè portavano sugli stretti calzoni un'impresa a colori. I giubberelli attillati di velluto, di seta, ricamati d'oro e stretti da un cingolo, avevano le maniche tagliate per lo lungo e riunite da nastri, che lasciavano scappar fuori gli sbuffi della camicia. Le calze strette a striscie colorate longitudinali, le scarpe forate in punta, su le spalle un mantello di panno d'oro, di damasco o di velluto cremesino, con un cappuccio sulla cui fodera era ricamata l'impresa della Compagnia. Di sotto a un berretto nero o rosso, ornato in punta da un gioiello e pendente sull'orecchio, scappava la chioma, allacciata da una fettuccia di seta.

Nelle feste religiose e civili, nelle incoronazioni dei dogi e delle dogaresse, nei ricevimenti di re e di principi, nel commemorar vittorie, nelle nozze, perfino nei funerali, sempre e dovunque il trionfo del colore, un poema di magnificenze.

Nei palazzi, i ricevimenti, i banchetti, gl'inviti, i festini doveano sembrare mirabili fantasmagorie. La luce dei doppieri faceva scintillare le pareti ricoperte d'oro, d'arazzi, di specchi di Murano, i velluti e le sete d'ogni colore, le splendide gemme. La magnificenza patrizia scendeva dai palazzi alle vie, dove la città s'agitava felice, gioiosa di contemplarsi ed ammirarsi. Sulla piazza e sulle strade passavano le gentildonne colle vesti più magnifiche del mondo; i patrizi nelle loro splendide toghe come, osserva un viaggiatore tedesco del quattrocento, se fossero tanti vescovi; i levantini dalle fogge variopinte e bizzarre.

Un altro viaggiatore, il milanese Casola, che, nel 1494, fu presente alla processione del Corpus Domini, sulla piazza di San Marco, non trova parole per descrivere i gentiluomini vestiti di aurei drappi e di velluti, la ricchezza degli addobbi, la profusione dei fiori, la quantità dei ceri, la varietà dei colori. Gl'ingressi dei Procuratori, dei Patriarchi, dei Cancellieri Grandi, ecc., parevano trionfi. E trionfi si chiamarono le incoronazioni dei Dogi e delle Dogaresse — affascinanti splendori di tinte.

Meglio conveniva la pompa al decoro dello Stato, quando si doveano ricevere re, principi, ambasciatori.

Cito così come mi vengono alla memoria le dorate visioni.

Nel 1521, il principe di San Severino era festeggiato in casa del patrizio Veniero dai Compagni della Calza. L'atrio, le stanze, il portico del palazzo tappezzati di quadri e d'arazzi: un prezioso panno d'oro era steso nel luogo dove il principe sedeva. Sovra una credenza erano esposte argenterie pel valore di 5000 ducati. Furono invitate quante fra le più belle patrizie erano allora in Venezia, tutte in abito d'oro listato in seta. Il principe, bello, grazioso e facile ad innamorarsi, osserva il Sanudo, ballò fino ad ora tarda. Poi le musiche e i buffoni, abbigliati nelle più strane fogge, annunciarono l'ora della cena suntuosissima.

Nel banchetto per le nozze del principe di Mantova (1581), dopo la rappresentazione di una commedia, fu aperta una bellissima sala, dove sotto un baldacchino sedettero i principi, i duchi e i cardinali. Cento gentildonne, riccamente abbigliate, erano assise intorno a una mensa, risplendente di vetri di Murano.

L'entrata di Enrico III fu celebrata da storici, da poeti e da pittori. Riccamente fantastici furono, in tale occasione, gli spettacoli: gite, baldorie, banchetti, luminarie, regate. I giovani patrizi, al servizio del monarca, erano vestiti con zimarre di seta, e di seta ranciata la guardia di onore di sessanta alabardieri, armati di azze. Il re, accompagnato dal doge, fu condotto, fra salve di artiglieria, a Venezia, sopra una galera di quattrocento rematori, seguita da grandissimo numero di galee, di brigantini, di fuste, di barche, di gondole, messe ad arazzi e panni d'oro, e velluti, e specchi ed armi. Il figlio di Caterina de' Medici fu alloggiato nel palazzo Foscari, addobbato con arazzi, panni azzurri contesti d'oro, rasi e velluti, sparsi di gigli. Poi si succedettero, come in un sogno fantastico, altre feste, tornei, processioni, trionfi, conviti, cerimonie.

E tutto intorno, cornice meravigliosa, le acque della laguna, e Venezia, mobile, varia, come donna non d'altro curante che di piacere e che non domanda se non l'omaggio reso alla bellezza. Perchè la bellezza a Venezia andava a poco a poco sostituendo l'antica energia, come la pompa andava prendendo il luogo della prosperità materiale, e il fasto chiudeva i germi della decadenza. In fatti, verso la fine del secolo XV, il movimento commerciale di Venezia s'arrestò un poco, e la scoperta dell'America e il passaggio del Capo di Buona Speranza fecero prendere altra via al traffico, in modo che al mercato di Rialto, come nota un diarista contemporaneo, il Priuli, giungevano molte galere vode senza collo di spetie, che mai più da alcuno non era stato visto. Ma Venezia non se ne accorgeva, e su quelle tristi minacce di prossimo decadimento, gettava spensieratamente come un manto d'oro di pompe, di feste, di arte. Di arte specialmente, degli allettamenti il supremo.