Bacco, Bacco, eù, oè!

Chi vuol bever, chi vuol bevere,

vegna a bever, vegna qui.

Voi imbottate come pevere.

Io vo' bever ancor mi.

Gli è del vino ancor per ti.

Lassa bever prima a me.

Ognuno segua, Bacco, te!

Bacco, Bacco, eù, oè!

Così, non senza un po' nelle rime di quello schiavone o trace comico da cui aveva prese le mosse, chiudevasi comicamente la festa. Festa drammatica, non dramma vero, e tanto meno tragedia di tipo classico, quale poi altri la volle per altre feste racconciare alla meglio, con accrescerla e distinguerla in atti. Di drammatico non ha l'Orfeo altro che il dialogo, il quale anche vi si leva sempre che può alla lirica: troppo più efficace il contrasto degli affetti e più rude ma viva la voce d'essi, troppo maggiore insomma la commozione del fatto e dello stile, in alcuna delle rappresentazioni sacre di cui la festa profana aveva accettato i metri e le forme. Se non che, pur lasciando da parte la importanza storica che l'Orfeo ha, appunto per essersi valso di esse forme in argomento profano, oh come dolce vi sonava il volgare, lo spregiato volgare, ripetendo sulle intonazioni degli strambotti popolari le immagini elette de' classici greci e latini! Le Muse antiche tenevano un po' il broncio, nel secolo decimo quinto, alla Musa nostra novella, che ne' due secoli innanzi aveva, non certo volendo, minacciato pareggiarle e superarle in bellezza. Virgilio si era soffermato con Dante sulla spiaggia del Purgatorio, dimentico di sè e del discepolo affidatogli, a udire i versi di Dante medesimo, che aveva musicati e ricantava Casella: e le muse di Grecia e di Roma s'indispettivano più, ripensando quell'omaggio che il loro alunno migliore aveva fatto alla Musa d'Italia. Spettava al diciassettenne toscano, che traduceva Omero in latino, la gioia e la gloria del riconciliarle nella festa italiana d'Orfeo: le antiche, non più gelose, abbracciarono finalmente la giovine sorella; e a lei, cogliendo insieme il destro a premiare chi aveva il merito della pace, a lei promisero splendidi doni: le Stanze del Poliziano stesso, o l'Orlando Furioso di Lodovico Ariosto.