poi che la ninfa mia udir non vole.

Tirsi, servo d'Aristeo, che si vanta di avere ravviato con suo gran rischio nella mandria di Mopso un vitello smarrito, getta un'altra risata nell'azione che si affretta a mal fine per colpa sua; ha vista una donzella coglier fiori, e la descrive bellissima; onde Aristeo riconosce l'amata e ne va in cerca e la insegue. Passano su la scena correndo; poi si ode di dentro alla selva uno strido; un serpe velenoso ha punto la giovine che là cercava nascondersi dall'inseguitore. Turbati così gli animi degli spettatori, il poeta, quasi a intermezzo di svago, fece che s'inoltrasse Orfeo con in mano la lira miracolosa, e accennasse su questa in saffici latini le lodi del cardinale, figlio secondogenito del marchese Lodovico, augurandogli la tiara; il marchese dava la festa, il cardinale l'aveva voluta più bella per l'arte di lui Poliziano: ma l'ode, già nota, credo, a' lodati, ai quali per ciò quell'accenno bastava, era subito interrotta da un pastore:

Crudel novella ti rapporto, Orfeo,

che tua ninfa bellissima è defunta.

E Orfeo, con dolorosi lamenti, andava davanti all'inferno a impetrare gli fosse resa Euridice, mortagli così crudelmente nel voler serbare la fede coniugale.

Nel Convito di Platone si legge un raffronto di alta idealità tra la sorte d'Alceste e quella d'Orfeo. Alceste, osserva Platone, per salvare il marito suo Admeto, volle morire per lui, e gli Dei le concessero il premio di tornare dall'Ade alla luce e all'amore; ma Orfeo gli Dei “senza effetto rinviaron dall'Orco, dopo avergli soltanto mostrato la imagine della donna per la quale v'era disceso; non già gliela resero, chè giudicarono, si fosse comportato vilmente e da citaredo ch'egli era, per ciò che non avesse avuto il coraggio di morir per amore, come Alceste, ma ingegnato a penetrar vivo nell'Ade: e di ciò certamente lo voller punito, facendo ch'e' fosse morto dalle donne„. Che il Poliziano, discepolo del Ficino, rammentasse il Convito, non è improbabile; l'arte a ogni modo gli suggerì un grido almeno, che, rispettando il mito tradizionale, desse alla parlata d'Orfeo più calore di perorazione. Rendetemi Euridice,

e se pur me la nieghi iniqua sorte

io non vo' su tornar, ma chieggio morte!

Proserpina si commuove al lamento di costui genuflesso innanzi a Plutone, al lamento che ha fatti dimentichi i tormentati e i tormentatori dei supplizi infernali; e induce a pietà il marito: Orfeo riavrà Euridice, solo che non si volga a guardarla prima che siano tra i vivi. Ma il citaredo, direbbe Platone, nel cantare a gioia “certi versi allegri che sono d'Ovidio„ dimentica il patto, e perde la donna sua, cui richiede invano, subito spaurito (oh citaredo!), dall'opposizione di una Furia. E peggio fa del lasciarsi atterrire; chè bestemmia (con che ragione? ma la favola portava così) l'amore delle donne, e si propone d'ora in poi farne a meno. Sì che una Baccante non ha torto quando indignata chiama le compagne ad ucciderlo: e fuor dalla vista degli spettatori lo straziano, per recarne in trionfo la testa cantando le lodi di Bacco in una ridda gioiosa.

Ognun segua, Bacco, te!