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Carlo tremar si sentì tutto quanto

Per maraviglia e per affezione,

E a fatica la strinse col guanto....

Ma il personaggio più magneticamente poetico del Quattrocento, quello la cui vita è una vera lirica di bellezza, di aspirazioni e di entusiasmi, è Pico della Mirandola: e non vi dispiaccia, o Signori, che io concluda col suo simpatico nome, questi miei rapidi cenni su la poesia del Quattrocento.

Marsilio Ficino ci ha narrato come lo vide la prima volta in Firenze. Era il 1480, l'anno in cui il Ficino aveva compiuto la sua grande opera, la traduzione di Platone. Una bella giornata di settembre, verso l'ora del tramonto, il dotto ellenista meditava nel suo studio. La lampada votiva che egli teneva accesa dinanzi al busto di Platone brillava vivace nella languente luce vespertina. Entrò un giovane alto e bello, dagli occhi grigio-cerulei, dai capelli di un biondo acceso, scendentigli sulle spalle sotto un berretto di velluto nero: vestiva una cotta di raso violaceo, listato d'argento: aveva al collo la collana d'oro di Principe. Era Giovanni Pico della Mirandola.

Parlarono di filosofia — di Platone, naturalmente. E il giovine Principe suggerì al vecchio filosofo di tradurre Plotino, il mistico panteista dell'Antichità. Parlò dell'Oriente; il mio Oriente, diceva, l'alma mater d'ogni scienza e poesia. Parlò della Bibbia e del Cristianesimo, di un Cristianesimo eterno, indistruttibile, conciliabile col Platonismo. Parlò dell'Uomo, che è un piccolo Mondo, una sintesi portentosa e divina, “dov'è, diceva, l'essenza angelica e il senso del bruto, e la vegetale anima delle piante, e il fuoco e il mercurio„. Disse al Ficino di un Commento che intendeva fare alla Canzone del Benivieni su l'Amor divino: e ne discorse con una stupenda profusione di immagini colorite e poetiche, prese dall'Astrologia, e dalla Cabala, da Salomone e da Omero.

E la notte calava sulle grandi vetrate dello studio, e la lampada votiva illuminava il marmoreo volto di Platone e i capelli d'oro di Pico.

Era allora poco più che ventenne: ma avea già provato le tempeste della passione e n'era restato disilluso, e abitualmente un po' mesto.

Aveva scritto molti versi d'amore, e gli aveva, un giorno, tutti bruciati. (Grande e raccomandabilissimo esempio!...) Aveva viaggiato, visto uomini e cose. Veniva ora a Firenze, attratto dalla fama del Magnifico Lorenzo, e dall'amicizia per il Ficino.