Sicuro: ci si perde in un lontano passato, e in un passato non nostro. Tutti sanno oramai di una epopea rigogliosa fiorita nella Francia del medio evo e dissepolta pietosamente da sessant'anni in qua. Essa accompagnò la vita francese dai primordi fino a un'età molto tarda. Nata di sangue germanico, ma fattasi presto romana, cantò i fatti e gli eroi del periodo merovingio, poi quelli del carolingio, e serbò ancora abbastanza fiato perchè, due e più secoli dopo, al tempo delle crociate, potesse mettersi alla bocca la tromba.
Quanti personaggi si trovò così a celebrare! Ma tra gl'infiniti, taluni, per motivi interni ed esterni, vennero a prevalere. Primo fra tutti Carlo Magno, il sovrano per eccellenza. E accanto a lui Orlando, del quale la morte stoicissima al passo di Roncisvalle fece l'ideale del guerriero valoroso e del vassallo devoto. In Rinaldo invece e in certi altri si possono veder personificate le doti meno corrette, ma spesso più simpatiche, del barone ribelle; ribelle nondimeno ai soprusi, non all'esercizio legittimo dell'autorità.
Nella sua forma schietta e genuina questa epopea francese è poesia severa, profondamente patriottica, ardentemente cristiana, fieramente guerresca. Ma se il patriottismo, la religiosità e lo spirito bellicoso eran troppo connaturati con essa per venir a mancare, la severità invece dovette via via ceder terreno di fronte al bisogno di andar a sangue a un pubblico mano mano più desideroso di svago: simile al pubblico d'una conferenza! Così l'epopea si veniva convertendo in romanzo: metamorfosi da non poter mai riuscire perfettamente, nel territorio almeno a cui l'epopea appartiene per nascita. Getti pur lontano quanto vuole la sua tonaca, poco o tanto il frate resterà sempre frate. Quindi, se le chansons de geste continuarono ad appagare esuberantemente il gusto, facile sempre, delle classi popolari, il palato dei signori trovò col tempo maggior piacere in altri cibi. E i cibi furono svariati; ma il più gradito fra tutti fu quello offerto in gran copia dalle narrazioni costituenti la cosiddetta Materia di Brettagna, o il Ciclo d'Artù e della Tavola Rotonda. Straniero di origine, e però non vincolato o frenato da nessun obbligo o tradizione, questo ciclo potè volgersi liberamente a sodisfare ogni tendenza e desiderio di quella società cavalleresca alla quale s'indirizzava, parte, svolgendo gli elementi portati con sè della patria, e più assai trasformando e introducendo di nuovo. Ne uscì un mondo fantastico, nel quale il meraviglioso — prima causa, se non erro, della fortuna brettone — s'incontra a profusione; dove i guerrieri se ne vanno errando soletti, o quasi, per regioni solitamente boscose, sconosciute affatto a loro medesimi, incontrando di continuo l'inaspettato; dove al posto della guerra s'ha il duello, il torneo e l'“avventura„; dove insieme col valore regna la cortesia; dove la donna, relegata in un cantuccio dall'epopea carolingia, è messa in trono, e con essa — occorre mai dirlo? — è messo in trono l'amore; un amore che cura ben poco le istituzioni sociali, sicchè si compiace segnatamente delle due coppie adultere di Tristano ed Isotta, di Lancillotto e Ginevra.
Dalla Francia così l'epopea nazionale come la materia di Brettagna si propagarono all'Italia. L'epopea se ne dovette venire fino da un'età molto antica; oserei quasi dire già in quella stessa di Carlo Magno. Quanto alle narrazioni brettoni, giunsero a noi più tardi; eppure, lasciando stare certi indizi che ci riporterebbero nientemeno che al cadere del secolo XI, è certo che nel XII si divulgarono largamente. La fortuna dell'epopea fu senza confronto maggiore. Essa trovò qui una seconda patria; e non già solo in questa o quella regione, bensì oramai in tutto il paese. Ciò non toglie che la vallata del Po fosse il terreno più disposto ad accoglierla. Colà prima che altrove mise salde radici e si rivestì di nuove frondi. Agli abitatori di quelle provincie che avessero qualche poco di coltura, la favella francese sonava famigliare; sicchè ivi accadde che si rimaneggiasse e s'arricchisse con nuove invenzioni ciò che s'era avuto d'oltralpe servendosi del linguaggio della Francia e senza dipartirsi dai ritmi originarii. Linguaggio e ritmo non rimasero; invece, nè potevano rimanere, al di qua dell'Appennino; l'uno cedette il posto ai volgari nostri, l'altro all'ottava rima o alla prosa. Ma di quaggiù il mutamento ebbe poi ad essere comunicato di rimbalzo all'Italia stessa del settentrione, ridottasi a poco a poco ancor essa ad accogliere un sentimento più vivo d'italianità nell'ordine altresì della lingua e della letteratura.
Quanto alla materia di Brettagna, è naturale che anche presso di noi se ne avessero a compiacere specialmente quelle classi per cui s'era venuta foggiando. Ciò viene a dire che dovette certo aver voga maggiore nella Lombardia, intesa nel suo vecchio ed ampio significato, nella Marca di Treviso, nella Romagna, così ricche di signori feudali e di piccole corti. Però non a caso Dante pose il romanzo di Lancillotto tra le mani de' “duo cognati„, con quell'effetto che troppo ben sapete. Nondimeno e Artù e Tristano e Galvano e tutta la brigata non mancarono di esercitare vive seduzioni anche qui nella Toscana sulle fantasie di una gioventù, cui il nascere per la più parte di popolo non toglieva d'essere amante del “donneare„, della prodezza del lusso, e di ogni gentil costume. Quindi sulle pareti del palazzo della sua Madonna il poeta dell'Intelligenza — o perchè non dirò io Dino Compagni? — darà luogo alla rappresentazione di questo mondo leggiadro con parole che lasciano intendere quanto fosse caro al suo cuore (St. 287-288):
E sonvi i pini, e sonvi le fontane.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
E sonvi tutti i begli accontamenti
Che facevan le donne e' cavalieri:
Battaglie, giostre, be' torneamenti,