Infonde a i vagi ocei!

Che infonde a' tygri humana mente e pia,

E fa li homini Dei

(Canzone V, st. 3).

No, l'amore può tormentarlo quanto si voglia: dopo d'aver imprecato, Matteo si riconcilierà con lui, e rimarrà tra' suoi più devoti.

Col Canzoniere hanno scarsa attinenza le altre opere minori. Dieci egloghe latine furono composte, secondo me, tra il 1460 e il 1462; dieci italiane spettano manifestamente la più parte al tempo della guerra con Venezia. Perfino nel numero portano scritta in fronte l'imitazione virgiliana! Qualche sprazzo di luce non vale davvero a conciliarci con codesti pastori, che non hanno nulla di schiettamente rustico, neppur quando l'allegoria non ne succhia il sangue. E meno ancora ci seducono cinque capitoli, quattro dei quali hanno per soggetto il timore, la gelosia, la speranza, l'amore, e il quinto il trionfo delle virtù sui vizi. Quanto copiosi di una non recondita erudizione mitologica e storica, altrettanto son poveri, e peggio, di poesia. A un posto senza confronto più onorato, segnatamente per ragion di tempo, può pretendere il Timone: commedia in terza rima, che non vuol essere se non traduzione e adattamento scenico del dialogo omonimo di Luciano, e che è qualcosa più. Traduzioni vere sono quelle che il Boiardo fece, dal greco, dell'Asino d'oro di Luciano stesso, delle Storie di Erodoto, della Ciropedia; dal latino, dell'Asino d'oro di Apuleio. Quanto alla Istoria Imperiale, ossia degl'imperatori, prima romani, poi romano-germanici, che si dà essa pure come versione di un testo di Riccobaldo ferrarese, ancora non s'è ben chiarito cosa sia; ma par da ritenere un raffazzonamento del Boiardo stesso, a cui Riccobaldo non dette se non molta parte del materiale.

Tale, in brevi termini, l'uomo e lo scrittore, venuto ancor esso nell'idea di metter mano a un poema cavalleresco. Quando l'idea nascesse, non so dire; so bensì che nientemeno che sessanta dei sessantotto canti e mezzo che il poeta ci ha lasciato, erano già scritti al tempo della guerra con Venezia, e probabilmente anche proprio avanti che nel 1482 la guerra scoppiasse. Chè, tra le armi, il poeta, smarrito e addolorato, non per la sua provincia soltanto, ma per l'Italia, non ha cuore di attendere all'opera, e ne rimette a giorni migliori la continuazione:

Non saran sempre e tempi sì diversi,

Che mi tragan la mente di suo locho.

Ma nel presente e canti mei son persi,