E porvi ogni pensier mi giova poco;

Sentendo Italia de lamenti piena,

Non che hor canti, ma sospiro apena[98].

Però il principio della composizione vorrà riportarsi indietro Dio sa di quanto; nè con essa ha dunque assolutamente che vedere la pubblicazione del Morgante, seguìta essa pure solo nel febbraio di quel medesimo anno 1482. E per me credo assai poco che vi abbia che vedere nemmeno in altra maniera il poema fiorentino, del quale la voce, od anche qualche esemplare manoscritto o qualche saggio, fossero arrivati fino al Nostro. In ogni modo, se da Firenze fosse venuto qualcosa, non si tratterebbe che di un semplice impulso, di cui poco capisco che ci potesse esser bisogno.

Sicchè dobbiam fare direttamente i conti col nostro Matteo Maria. Cosa ci saprà e vorrà egli dare? — Se ci mettiamo ad argomentare dalle altre opere, il Canzoniere ci inspirerà una certa fiducia; ma tutto il rimanente ci farà scuotere il capo in atto di diffidenza. Che razza di poema cavalleresco dovrem noi aspettarci da un erudito, da un traduttore, da un imitatore, dal coltivatore assiduo di un genere letterario quale è l'egloga virgiliana, falso in sè medesimo e più falso ne' suoi riflessi?

Diffidiamo; ma se invece di baloccarci fantasticando ci daremo a guardare, saremo presi da un sentimento analogo a quello da cui sarebbe colto chi per la prima volta s'accorgesse che l'autore del Convivio, del De Monarchia, del De Vulgari Eloquentia, è ad un tempo l'autore della Divina Commedia. Contemplando, siamo indotti a riconoscere che se l'Italia produsse mai un uomo a cui la materia cavalleresca potesse convenire, fu per l'appunto il Boiardo. E quest'uomo era in pari tempo un esperto maneggiatore di affari grossi e piccini. Davvero, per quanto si deva sentir ritegno a lodarsi di sè medesimi, non si può trattenersi dal notare come sia dote caratteristica dell'ingegno italiano la moltiplicità delle attitudini. Rassomiglierei questo ingegno al cubo, che, adagiato su sei facce diverse, è sempre stabile ed equilibrato ad un modo.

Erano due, come sapete, i cicli che il Boiardo si trovava dinanzi: il carolingio ed il brettone. Entrambi gli erano ben famigliari; ma a lui la schiatta e il costume signorile, e ancor più l'animo amoroso, rendevano tra i due molto più grato il secondo:

O gloriosa Bertagna la grande,

Una stagion per l'arme e per l'amore,

Onde ancor hoggi il nome suo si spande.