E sol se dete a le battaglie sante,

Non fo di quel valore o quella estima

Qual fo quell'altra ch'io contava in prima.

(Orl. Inn., II, XVIII, 1-2).

Si direbbe dunque che il Boiardo dovesse correre difilato al mondo arturiano: porre in esso la scena, togliere di lì i personaggi, per quel tanto che non li foggiasse di nuovo. Invece a questo partito egli non s'appigliò punto; e anche con ciò dette prova di un criterio rettissimo. Intanto, le selve della Brettagna, per quanto vaste, erano sempre un terreno troppo angusto perchè ei ci facesse muovere liberamente il suo popolo un intelletto italiano devoto al senso del reale, e però non disposto a rappresentarsi ed a rappresentare gli spazi troppo difformi dal vero; ben altra comodità offriva il ciclo carolingio, condottosi via via ad estendere il suo dominio su tutta quanta la terra! Poi, appunto perchè gl'ideali del Boiardo venivano già ad essere attuati nella Tavola Rotonda, poco rimaneva qui a fare per una mente creatrice. E c'era una ragione anche più grave d'assai. Mentre Tristano, Lancillotto, Galvano, mantenevano non so che di aereo anche per coloro che gli avevano in maggior domestichezza, i loro rivali carolingi presentavano alla fantasia una concretezza, da non potersi immaginare la maggiore: gli uni rassomigliavano come a gente vista in sogno; gli altri parevano uomini conosciuti nella vita. Però, parlare ad italiani di Carlo, d'Orlando, di Rinaldo, di Malagigi, era un parlar loro di persone così prossime al cuore dei più, che mai non si sarebbero stancati di udirne i fatti. Nè si creda che la famigliarità con costoro, se non forse l'affetto, fosse nei signori troppo minore che nel volgo. Di ciò fornisce la prova la conoscenza che il Boiardo stesso dà a vedere incidentalmente, ora dell'una, ora di un'altra narrazione tradizionale, e quella, meglio ancora, ch'egli suppone a volte in un uditorio, che da luoghi non so quanti ci è rappresentato come essenzialmente aristocratico. Ma non voglio neppur tacere una testimonianza, istruttiva per più di un verso, fornita da documenti storici dissotterrati di recente; tanto più che essa si riferisce a una principessa estense, e propriamente a colei che tutti s'accordano nel riguardare siccome l'esemplare più perfetto di quello splendido fiore, che fu la donna del nostro Rinascimento.

Quando, al principio del 1491, Isabella, la figliuola del duca Ercole, già marchesana di Mantova, fu a Milano per accompagnarvi la sorella minore Beatrice, che andava sposa a Lodovico il Moro, s'accese una disputa tra lei e Galeazzo Visconti, gentiluomo milanese, se fosse da anteporre Orlando, oppure Rinaldo. Isabella (chi non sa che i ribelli e gli scapigliati attraggono sempre le simpatie femminili?) stava per Rinaldo; Galeazzo sosteneva le parti d'Orlando. La disputa dette luogo, un giorno che s'andava per acqua a Pavia, oppure si ritornava di colà, a una specie di lotta, nella quale Galeazzo costrinse la sua avversaria a dichiararsi vinta, ed a gridare essa stessa: “Rolando, Rolando!„ Ciò, beninteso, non le impedì punto di inalberare poi subito di nuovo la sua bandiera e di tenercisi aggrappata anche dopo la partenza da Milano; donde uno scambio curioso di lettere, tra le quali, disgraziatamente, noi abbiamo solo — e non tutte — quelle di Galeazzo. La disputa (ciò che ho detto della lotta lo avrà fatto intender di già) era sostenuta in tuono umoristico. Importa poi rilevare, dacchè senza di ciò la testimonianza perderebbe qui per noi ogni valore, che questo contrasto, per quanto vediamo, non prese punto materia dall'Innamorato, sebbene i primi due libri avessero visto la luce per le stampe cinque anni innanzi.

Sicchè il ciclo carolingio era il solo donde si potesse muovere opportunamente. Ma questo ciclo, qual era ridotto, presentava l'aspetto di un vecchio castello, dalle mura decrepite, dove lasciate rovinare, dove rifatte alla peggio, dalle sale sterminate e buie, dalle pareti squallide, dall'arredamento poverissimo e consunto dal lungo uso. Non era lì dentro davvero che un uomo dei gusti del conte di Scandiano avrebbe mai voluto mettersi ad abitare, ed invitar cavalieri e dame avvezzi allo splendore delle nostre corti. Perchè il castello gli apparisse degno albergo di lui medesimo e di ospiti siffatti, bisognava rimetterlo a nuovo da cima a fondo.

L'impresa era ardua quanto mai; e non so chi altri sarebbe riuscito a condurla a buon termine. Restaurare è facile; ma è difficile in sommo grado che ciò che s'è restaurato non si trovi poi essere la negazione dell'armonia. Il Boiardo squarciò dovunque i fianchi alle mura risaldate, e fra quelle tetraggini fece penetrare fiotti di luce; rintonacò, dipinse e addobbò le pareti; senza dare lo sfratto al vecchio mobigliare in quanto fosse ancora servibile, lo allogò convenevolmente, e ne aggiunse uno copiosissimo di meravigliosa ricchezza e d'impareggiabile svariatezza. Insomma, egli trasformò quella miserabile dimora in un palazzo incantato.

Il rinnovamento consistette soprattutto (e si troverà ben naturale dopo quanto s'è visto) in un grande raccostamento al ciclo brettone. Un'azione di questo ciclo sul carolingio s'era cominciata a vedere nella Francia stessa da ben tre secoli; ed aveva continuato ad esercitarsi qui da noi. Ma sempre s'era trattato di fatti parziali, compiuti senza impulso profondo, col semplice scopo di dilettar maggiormente. Gli effetti erano stati per lo più tutt'altro che felici; nè c'è da meravigliarsene. La vera e propria fusione del mondo d'Artù e di quello di Carlo Magno non era possibile se non ad un uomo per il quale quei due mondi avessero cessato di rappresentare qualcosa di distinto e si confondessero in un'unità superiore: il mondo cavalleresco. Allora soltanto Orlando e Rinaldo e quanti mai li circondino potranno legittimamente convertirsi in cavalieri erranti; e starà bene che anche i boschi del loro tempo sian pieni d'avventure; e che le donzelle se ne vadan solette in cerca di un prode che osi arrischiarsi a qualche arduo cimento, invochino con alte grida un soccorso che le strappi a un pericolo, sian causa di combattimento tra chi le accompagni e chi in loro s'incontri e pretenda di impossessarsene; e che il passaggio tranquillo de' ponti sia impedito da giganti e altri campioni; e che ai castelli si mantengan coll'armi fiere usanze; e che le fate s'inframmettano nelle faccende degli uomini, e li attraggano nelle loro dimore, e faccian sorgere giardini e palazzi maravigliosi, che in un attimo vengan poi a dissiparsi. Queste e molte altre cose troviamo nel poema del Boiardo per via de' romanzi della Tavola Rotonda. Sennonchè insieme troviamo anche roba non so quanta di provenienza diversa, e segnatamente classica. Ma poi, prenda il Boiardo di dove mai si voglia, egli tutto trasforma e rifoggia, e a tutto dà l'impronta sua propria. E dalla sua stessa fantasia trasse tanto, quanto assolutamente nessun altro poeta italiano, all'infuori di Dante. Però, al pari di Dante, di uno studio di fonti che, punto per punto, riconduca alle sue origini quel che paia in qualsivoglia maniera derivato d'altronde, egli non ha da temere. Ciò che per altri produce troppo spesso l'effetto di una spennacchiatura, per lui si risolve in una riprova di originalità. Così si capisce come, pur risultando da elementi disparati, il poema non dia alcun sentore di raffazzonamento, e nemmeno abbia la più lontana attinenza con un mosaico, per quanto abilmente congegnato. Esso è lavoro di getto; e nel suo autore è da riconoscere il creatore di un nuovo mondo poetico. Quanti sono mai gli uomini, e nella nostra e in qualsivoglia letteratura, a cui sia lecito di attribuire un vanto siffatto?

Guardiamo un poco addentro in quest'opera singolare. Vi sentiremo in ogni parte strepito d'armi: qui abbiamo il cozzo di moltitudini, come nel ciclo carolingio, là, e più spesso, semplici duelli, come nel brettone. Ma alle armi s'accompagna qualche altra cosa. Dalla bocca stessa del poeta s'è udito, non è molto, come la corte di Carlo (quella, s'intende, di cui s'era narrato fin allora) fosse rimasta al di sotto della corte d'Artù “Perchè tenne ad amor chiuse le porte„. Chiuse del tutto, per verità, non le aveva tenute di sicuro; e Matteo Maria lo sapeva benissimo; ma certo in essa l'amore aveva sempre avuto l'aria di un intruso, e in ogni modo poi il valore non gli aveva obblighi di nessuna specie. Per il Boiardo invece