Amore è quel che dona la vittoria

E dona ardire al cavaliero armato.

(II, XVIII, 3).

Senza di esso il cavaliere quasi non si concepisce, e

Se in vista è vivo, vivo è senza core.

(I, XVIII, 46).

Nè, mancando l'amore, potranno fiorire neppur l'altre virtù, e in primo luogo la cortesia, che è tanta parte nella morale cavalleresca. Così si pensa e parla nel poema (I, XII, 12); e qui noi subito ci s'accorge dell'intimo legame che lega questo col Canzoniere; ossia veniamo a conoscere come il poema, lungi dall'essere un'opera concepita ed eseguita per mero sollazzo o per studio d'arte, abbia radice nella regione più profonda del sentimento. Ciò costituisce la massima tra le differenze che distinguono il conte di Scandiano da quant'altri si dettero fra noi al poema cavalleresco, non escluso nient'affatto l'Ariosto.

Supremo pensiero del Boiardo dovrà essere dunque di redimere il mondo carolingio da quella vita vegetativa in cui aveva languito così a lungo, e di stabilire anche su di esso la signoria dell'Amore. Ed ecco che un Trionfo d'Amore sarà ciò che verrà ad offrirsi sulla scena ai nostri sguardi subito al levarsi della tela.

Siamo di maggio, verso la pasqua di rose, e in Parigi, per occasione di una giostra bandita da Carlo, troviam raccolta una solennissima “corte reale„, che più che alle solite corti del nostro imperatore rassomiglia a quelle d'Artù. Insieme colla moltitudine de' signori cristiani, sono accorsi di Spagna anche molti Saracini; chè le barriere del mondo cristiano e Saracino, se non son tolte, son cadute più che a mezzo in isfacelo. Quel giorno tutta l'infinita baronia è stata chiamata a un gran convito. Carlo va lieto a porsi sopra una sedia d'oro “a la mensa ritonda„; (la “Tavola Rotonda„ è trasportata qui, come vedete, non solamente in idea); accanto a sè ha i paladini, dirimpetto gli ospiti spagnoli.

Mentre si sta in allegrezza, all'estremità della sala si presenta una donzella, che sapremo poi chiamarsi Angelica, in mezzo a quattro giganti, seguita da un cavaliere e non più: