Facendo innamorare Orlando, il Boiardo s'è guardato bene dall'alterarne sostanzialmente le fattezze. Ciò che egli si studia di rappresentare son precisamente gli effetti che la nuova passione deve produrre sul personaggio che tutti conoscevano da tanto tempo. Non è di certo un rendergli servigio l'operare in cosiffatta maniera: non si rende servigio ad un uomo di molto merito, ma senza alcuna pratica della società e delle sue usanze, trascinandolo in un ritrovo elegante. Guardatelo questo povero paladino, quando ritorna ad Albraccà, tutto pesto e malconcio, dopo aver compiuto imprese incredibili. Angelica lo disarma, lo spoglia per ungerlo “d'un olio delicato — Che caccia de la carne ogni livore„ (I, XXV, 38), e senza tante storie lo vien baciando. Che il Conte all'accostarglisi di quel volto si senta in paradiso, non potrebbe non essere; ma invece di prendere ardimento, se ne sta “quieto e vergognoso„. E timido compagno — timido, beninteso, come amante — sarà ad Angelica nel lunghissimo viaggio dal Cataio alla Francia (II, XIX, 50). Questa sua imperizia egli ce la dà a vedere anche più aperta, quando — guai a incominciare! — si lascia vincere dai vezzi di un'altra donna: di Origille. Con lei, che lo stimola e gli fa animo, parlerà d'amore, “come insonnïato„ (I, XXIX, 47), e le si mostrerà “mal scorto e rozzo amante„ (II, III, 66). Quanto rozzo e mal scorto, altrettanto credulo, sì da lasciarsi dar a bere che salendo in cima a una certa roccia e guardando in una specie di pozzo vedrà “l'inferno e tutto il paradiso„ (I, XXIX, 50). Vero che qui il Boiardo lo vuol scusare, dicendo che al pari di lui sarebbe stato ingannato chiunque, “che di leggier si crede a quel che s'ama„ (St. 52); ma io mi permetterò di domandare a Matteo Maria se avrebbe mai fatto gabbare a quel modo Rinaldo, o qualcuno della sua tempra.
Sicchè il protagonista mascolino del poema è volutamente un personaggio nel cui volto c'è qualcosa di ridicolo; un personaggio del quale, a proposito del viaggio con Angelica ricordato dianzi, è possibile dire che
Turpin, che mai non mente di ragione,
In cotale atto il chiama un babione.
Non so cos'altro mai possa volerci per accorgersi che il poeta si atteggia di fronte alla materia sua in ben altra maniera che non facciano gli autori delle chansons de geste e quelli di tutti i romanzi del ciclo brettone. Non già che l'elemento comico sia escluso di colà. Basterebbe rammentare, per una parte il cosiddetto Voyage de Charlemagne a Costantinople e certe scene dei Quatre fils Aimon, ossia della storia di Rinaldo e de' fratelli, per l'altra la figura di Keu, il siniscalco di Artù, così simile per più d'un verso al nostro Astolfo. Per sè stesso il comico non disdice nemmeno all'epopea più schietta; o non vediamo nell'Olimpo dell'Iliade lo zoppo e barbuto Vulcano andare attorno ansimando in ufficio della vezzosa Ebe, suscitando negli dei una ilarità inestinguibile? Ma Omero non si sarebbe mai sognato sicuramente di rappresentare Ettore o Achille come fa Orlando il Boiardo; nè gli sarebbe passato per il capo di mettere in bocca ad Agamennone parole analoghe a quelle, tali ch'io non potrei qui tutte ripeterle, che il Conte di Scandiano pone sulle labbra di Carlo Magno, quando nella giostra di Parigi vede la sua baronia sopraffatta dai campioni saracini (I, II, 63-65); e nemmeno, crederei, di farlo scendere nell'arena a metter rimedio a un tradimento,
Dando gran bastonate a questo e quello,
Che a più di trenta ne ruppe la testa.
(I, III, 24).
Qui il ridicolo non penzola dai rami: esso si stringe dattorno al tronco stesso; sicchè alla tragedia ed al dramma si sostituisce la farsa.
Ma il ridicolo s'incontra nel poema del Boiardo anche in una forma che specialmente importa di rilevare: quale umorismo. Cosa propriamente sia l'umorismo secondo il concetto moderno, tutti più o meno intendono; eppure nessuno riesce a spiegar bene a parole. Permetterete dunque che ancor io tenti una definizione mia propria, e che lo dica “un riso interiore„. Esso è un riso che si vela, senza per questo volersi celare, sotto apparenze di serietà. Da questo riso dissimulato alla sghignazzata più chiassosa, non c'è soluzione alcuna di continuità. Si passa dall'uno all'altra per gradi insensibili, soliti comprendersi sotto un certo numero di varietà, come a dire il riso a fior di labbra, il riso aperto, e che altro so io. Però si capisce come le specie non siano nettamente distinte, sicchè a volte non si riesca a veder bene se s'abbia a fare con questa o con quella. E dato l'umor gaio, esso tende a manifestarsi, salvo condizioni e propositi speciali, or con una specie or coll'altra, non già sempre alla medesima maniera.