Sicuro che anche nel Boiardo ci son le sue pecche. Di certe particolarità non è opportuno che discorra, una volta che ai particolari devo qui rinunziare anche per il resto. E non gli farò colpa alcuna del molto intrattenersi a descriver colpi di lancia e di spada, non di rado uniformi. Queste descrizioni, che a noi paion monotone e stucchevoli, tali non parevano a uditori diversamente disposti che noi non siamo; alla maniera come non riesce monotono per una signora elegante il minuto ragguaglio dei cento vestiti e delle cento acconciature che si son sfoggiati a una festa. Bensì non è dubbio che nell'Innamorato c'è difetto di lima, sicchè aguzzando gli occhi si scorgono a ogni tratto piccole mende, che si vorrebber corrette. Quanto alla lingua, il vizio è quasi tutto alla superficie, ossia nella fonetica; e bisogna non conoscere la nostra storia letteraria per muoverne al Boiardo la più piccola colpa. Esso può rendere per il più dei lettori necessaria una spolveratura, non altro; ma certo non giustifica la manomissione commessa dal Berni. Sennò dovrà esser lecito ad un pittore moderno di ridipingere un Giotto, un Beato Angelico, un Botticelli, per la ragione che il disegno non vi è propriamente corretto.

Vi farò forse meravigliare, terminando, col dire che il poema del Boiardo ha ai miei occhi un alto valore morale. In quell'Italia perfida che gli storici soglion descriverci — l'Italia di Lodovico il Moro e di Alessandro VI —, una voce che esalta col più sincero convincimento le virtù cavalleresche, e prima tra esse la lealtà, significa mi par bene, qualcosa. E più significa perchè non è voce che scenda da un pulpito, nè voce di popolo. Sicchè l'Innamorato viene a indicare che il marcio non era poi tanto profondo come in generale si afferma e si crede.

Certo tuttavia non era più questa la poesia che propriamente convenisse all'Italia, una volta che su di essa venne a rovesciarsi quella sequela di bufere, che al finire del secolo XV prese a devastare i campi, a sradicar gli alberi, ad abbattere case e palagi per tutto il bel paese. Di quella bufera il Boiardo non vide che i prodromi; ma essi bastarono per strozzargli il canto in gola e dissipare le immagini ridenti che gli danzavano davanti alla fantasia. L'opera fu interrotta; ed è legittimo il supporre che il poeta non l'avrebbe ripigliata nemmeno se al passaggio delle genti di Carlo VIII, avviate verso il regno di Napoli, non fosse tenuta dietro quasi subito la sua morte. Quanto differenti le guerre ch'egli aveva vagheggiato e rappresentato da quelle che allora si vennero a combattere! Ma io mi rallegro che gli ultimi versi di questo poema, tutto letizia e apparente spensieratezza, gli ultimi probabilmente che il Boiardo abbia scritto, siano rivolti alla patria:

Mentre che io canto, o Iddio redentore,

Vedo la Italia tutta a ferro e a foco,

Per questi Galli che con gran valore

Vengon per disertar non scio che loco.

Son parole condite d'ironia, alle quali servono di efficace commento quelle che si sono raccolte dalle labbra del poeta in un'altra occasione, consimile, ma a saper leggere nel futuro, assai meno lagrimosa[99]. E noi da questa interruzione ci si sente attratti verso il poeta e l'opera sua più che non saremmo dal più splendido dei coronamenti.

IL SAVONAROLA e la PROFEZIA

DI