— Giura di darmi l'anima, e il ponte diverrà di pietra; se no, fa a tuo modo e sarai povero. —

L'avarizia strinse il tristo; giurò, si sentì un cupo fragore, il capro si tramutò in un cavallo, il diavolo gli saltò sopra, galoppò sul ponte e si udì il battere sulla pietra della zampa ferrata.

Alla mattina si trovò il ponte bello e magnifico, solo in un pilone era un buco, dove stava sepolto il cane; il buco vi è ancora, e dicono alcuni che alla notte la povera bestia ne metta fuori il capo e latri; io non l'ho mai udito, perchè a molti curiosi colse entro l'anno qualche disgrazia. L'avaro artefice ebbe la pattuita mercede, ma potè goderne per poco tempo, giacché un giorno gli apparve quel signore dal tabarro mentre era sulla ripa del Ticino, e gli disse: — Amico, son venuto a pigliarti — nè consentì che rispondesse, perchè nel tempo stesso si aprì il suolo sotto a' loro piedi e buona notte, sparvero; uscì un puzzo di zolfo, si fece una voragine sopra la quale corse subito l'acqua del fiume, e formò quel piccolo seno che si chiama Ticinello. —

Così narrava il cienciajo; mi veniva voglia di ridere, ma colui mi guardava con un far sì cagnesco, che tenni per lo meglio andarmene.

IV. Nuovi prodigj.

Nessuna azione maravigliosa era difficile ai maghi, ognuno lo sente. Non dirò di Merlino e di Atlante, de' quali parlano i poeti romanzeschi; ricorderò alcuni del secolo XIII, e più recenti.

Guido Bonato, troppo famoso per le opere sue e per le arti con cui seppe volgere a proprio talento l'animo d'Ezzelino da Romano, scuotendo la magica bacchetta, operava quanto gli talentava; ergeva edifizj, distruggeva monumenti, infondea vita nelle cose inanimate e reggea la fortuna de' lontani avvenimenti. Sovente Bonato aveva soccorso alla pericolante fortuna di Ezzelino, ed allorché il conte di Montefeltro usciva da Forlì a campo cogli altri popoli di Romagna, il mago salito sulla torre di san Mercuriale, col tocco della campana dirigeva il principe nella battaglia, quantunque fosse delle miglia ben molte lontano, e quindi riescì più volte troppo fatale ai Bolognesi.

Ma la magìa venuta a parte della diplomazia, operò in que' secoli un grande prodigio per mezzo di Michele di Scozia. Fu data a costui commissione dalla sua patria di andare in ambasciata in Francia, per ottenere risarcimento di alcune piraterìe commesse sulle coste di Scozia dai marinaj francesi; l'ambasciatore non volle altro seguito che un suo demone famigliare che tramutò in cavallo; ma come giunse a Parigi, il re di Francia tenne di poco conto un messo sì male in arnese; e accolta con disprezzo la fattagli domanda, era ormai vicino a rimandarlo senza che nulla gli concedesse. Allora il mago il pregò perchè innanzi di definire ogni cosa, concedesse che il suo cavallo percuotesse colla zampa il suolo; il re non seppe negargli sì mite richiesta; lo Scoto toccò della sua verga il ronzino. Sentite meraviglia: al primo battere della fatale zampa, tremarono tutte le torri di Parigi e suonarono tutte le campane; al secondo si fe' più fiero il terremoto e caddero tre cupole della corte. Il re che vide questa piccola bagattella, spaventato, pregò l'ambasciatore facesse sospendere il terzo colpo, a cui già innalzava il piede il temuto cavallo. Così apprese che conveniva aver maggior riguardo agli ambasciadori in qualunque forma apparissero; accordò al mago quanto richiese, nè si tenne sicuro finchè nol vide partire.