II. Edifizj fabbricati per incanto.
Mefistofele e i suoi colleghi, amici agli stregoni, faceano loro non solo ogni servigio, ma spesso da muratore. Vi è un racconto popolare, assai curioso nella Campania, d'un granajo che un demone fabbricò a Giovanni Mullin fatto mago: siccome non è per noi di molto interesse, ne narrerò invece uno lombardo.
III. Il ponte di Pavia.
Ognuno sa che il ponte sul Ticino a Pavia è magnifico ed a lungo fu il primo d'Italia; dicono i cronacisti a che ne furono architetti Giovanni da Ferrara e Jacopo da Gozzo; ma corre a Pavia fra il volgo una tradizione strana sul modo onde fu edificato: la raccolsi da un cenciajo che tiene sua bottega sulle sponde del ponte, e vende fibbie scompagnate, volumi guasti e simili bazzecole, ed ha una faccia che somiglia un pochetto ad un trovatore. Udendomi, mentre io guardava a certi libriccini che aveva nella sua piccola bottega, parlare con un amico del tempo che fu costrutto il ponte, esso mi guardò e disse:
— Oh! si volevano altro che gli uomini a fare questo ponte: ella non ne sa niente; quando i cittadini di Pavia stabilirono di fabbricarlo, ne diedero la cura ad un maestro muratore di cui non si sa il nome, ma sono note le vicende. Costui era in grande affanno, non sapea da che parte incominciare, e andava farneticando per la città gittando bestemmie a suo potere; allora gli capitò innanzi un uomo tutto avvolto nel tabarro, e gli chiese che cosa avesse; il poveraccio glielo disse, e l'ignoto offrì di fargli il ponte in una notte se voleva dargli l'anima. Sulle prime l'artefice sbalordì, poi pensato al gran guadagno che ne avrebbe, rispose di acconsentire, stese la destra, e quell'altro, scosso alquanto il tabarro, mise fuori una mano che aveva certe griffe da far paura: si videro anche gambe di capra, barba.... insomma quel signore era Berlicche. Il muratore titubò un pochetto, ma udendo l'amico dirgli: — Sarai un signore a questo mondo, — per avidità di guadagno, strinse la mano; l'ignoto gli diede la posta per la mezza notte sulla ripa del Ticino, nel luogo ove doveasi edificare il ponte, e gli ordinò di portare seco un foglio di cartone, un cane ed un pane.
Il maestro non mancò e il signore dal tabarro venne poco dopo a cavallo di un gran caprone: attraversava il fiume come se camminasse sul solido: quando fu a mezza via, essendo bujo, disse al capro di far lume, e questo scosse le corna e diventarono due fiamme. Approdò, e voltosi al muratore:
— Or da bravo, fratello, il ponte sarà fra poco costrutto, e tu dimani chiuderai nell'arca tutto il valore che hai pattuito col signor sindaco del paese: so che egli usa mettere un po' di tassa a questi contratti; bada a non dargli nulla; s'affoghi nei debiti chè sarà mia preda a suo tempo; tutto in tasca; dammi il cartone. —
L'altro glielo sporse, e il demone lo gittò nell'acqua, e tosto lo si vide crescere, allungarsi, rialzarsi, parte sprofondarsi nel fiume, parte sollevarsi in archi, e formarsi colonne e tetto; insomma costruirsi un ponte bello e grande come è al presente. Però lo Spirito s'accorse che colui rideva, e siccome gli aveva stretta la mano e non giurato, s'avvide volesse gabbarsi di lui, e costrutto il ponte far penitenza e rubargli l'anima. Ma colui era furbo più di noi rivenditori, e guardandolo:
— Ora che il ponte è fatto, prova quanto valga, gittavi sopra quel pane, e mandavi il tuo cane a pigliarlo. —
Il maestro ubbidì, lasciò il cane che corse sul ponte, ma questo si aprì e la povera bestia precipitò, nè più si vide. L'avaro impallidì, e l'altro ghignando: