Canzone II. Stampo questa canzone secondo l'ottima edizione che ne ha data Leandro Biadene, Canzone d'amore di un antico rimatore pisano, Pisa, Mariotti, 1904, per nozze D'Ancona-Cardoso.

v. 67: «di cosa». Il Valeriani mantiene «di cosa», e arzigogola intorno alla forma provenzale «de re» e a quella francese «de rien»; ma chi mai ha usato questa forma in tal significato? Il Biadene, p. 16, che ha ben capito il passo, costruisce: «Né mai meo cor non tenne cura di cosa che sol di servir lei», e spiega: «Manifestamente 'di cosa che' vuol dire 'di altra cosa che', oppure 'di cosa alcuna tranne che'».

Canzone III, v. 18. Questo verso è certo lacunoso, perché dovrebbe essere endecasillabo: anche il v. 19 manca di due sillabe.

v. 25: «e 'n ciò che m'era». L ha «eccio».

v. 38: «grev'è a». L ha «grev'a».

v. 48: Il verso è evidentemente guasto in L: «in me pro scende». Arrischio la mia correzione come semplice congettura.

v. 50: «gravoso... languir». L ha «gravozi». Per la misura del verso tolgo l'«e» a «languire», com'è in L.

v. 69: «in cor». L ha «il cor». Intendo: E la morte, che m'assegna, mi sarebbe vita, perché sarebbero finite le pene nel mio cuore.

Canzone IV, v. 45: «grav'è. Sembro». Cosí correggo L, che ha «sembra», e intendo: Tal cagione mi dá ria pena, che è fuor di misura grave. Cosí pensieroso sembro aver vita...

v. 50: «e piú mi». L ha «piú enmi».