Sulla questione: Se l'anima viene compíta da Dio, com'è che può fallire?
A piò voler mostrar che porti vero
non magistero — di ciò sta nascoso,
e di ciò spesso me medesmo chero
e sí mi fero — ch'eo vivo doglioso.
Qual per natura pò sentire intero
ciò ch'è mistero, — di che non dire oso?
Per me comune piò che 'l lume cero
non mi dispero — e faccio risposo.
A intelletto volontá pertene,
perché convene — che l'alm'aggia vita
e sia finita, — ben discenda pura.
Ché suo vazel tal natura — mantene,
qual li adivene — da quella ch'è unita,
ancor ch'aita — sia d'altra fattura.
NOTA
Si ripubblicano qui quei Rimatori lucchesi del secolo XIII, che eran comparsi or non è molto nella Biblioteca storica della letteratura italiana (n. VII, Bergamo, 1905) diretta da F. Novati[3]. Il patrimonio poetico di Gonnella Antelminelli[4], Bonodico[5], Bartolomeo, Fredi e Dotto Reali riman sempre lo stesso; qualche leggera variazione si ha invece per quello di Bonagiunta Orbicciani. Il son. XI «In prima or m'è noveltá bona giunta», che a noi primamente era sembrato potersi attribuire all'Orbicciani, per quanto adespoto nell'unico cd. antico che lo conteneva (Pal. 418[6]), bisognerá toglierglielo addirittura. Non tutto è piano e chiaro; ma il «ser Bonagiunta» del v. 7 è un vero e proprio vocativo. Sí che non può essere autore del sonetto colui, al quale esso viene indirizzato[7]. Cosí, per le buone ragioni messe innanzi specialmente dal Rossi[8], va ritenuto spurio il son. «Chi se medesmo inganna per neghienza», che era stato collocato fra le rime di «dubbia autenticitá»[9].
In compenso, per merito di un noto valente studioso, acquista sicuramente la ball. «Fermamente intenza» (n. V)[10]; e noi ora gli assegnamo senz'altro la canz. «Ben mi credea in tutto esser d'Amore» (n. XI). Un tempo, è vero, ci era sembrata l'opera di un falsificatore, sebbene abilissimo, anche perché conservataci solo dalla Raccolta giuntina del 1527 (IX, 108)[11]. Ma recenti studi han dimostrato la estrema attendibilitá di quella silloge[12]. Che tale canzone poi derivi da un ms., che potrebbe anche essere il Pal. 418, ha reso evidente, a parer nostro, F. Pellegrini[13]. Qui si aggiunge a rincalzo della derivazione manoscritta che «addivenir» del v. 36 va manifestamente corretto in «a divenir». I Giunti si trovaron dinanzi ad uno di quei raddoppiamenti cosí frequenti nelle antiche scritture fiorentine «a ddivenir», e non lo seppero intendere.
Quanto al tempo, con gli spunti di «dolce stil nuovo» che lascia intravedere[14], deve con molta verisimiglianza riportarsi agli ultimi anni del rimatore[15].
Le osservazioni, che la prima edizione ispirò a una critica acuta e sagace, han giovato non poco alla presente ristampa. Alla quale apportammo anche di nostro tutti quei miglioramenti, che consigliavano i progressi ulteriori degli studi e l'attenta riesamina del testo[16]. Tenendo ben presente il pubblico, al quale ora ci rivolgevamo, fu nostra massima cura di render sempre chiaro, per quanto era possibile, il pensiero di questi rimatori e di dar la esatta corrispondenza moderna di vocaboli ed espressioni antiche. La disposizione del testo è sempre quella; soltanto fu introdotta una leggera trasposizione per le tenzoni, ché parve opportuno, a meglio e piú prontamente intenderle, ravvicinar fra loro i vari sonetti di «proposta» e di «risposta». Naturalmente anche i criteri, con cui fu messo insieme, son rimasti gli stessi: tuttavia la voce dei cdd. diversi da quello, su cui il componimento veniva esemplato, fu piú spesso tenuta presente ed ascoltata.
Di regola, però, quando la lezione del cd. esemplato vada bene per il senso, si adotta, anche se l'accordo degli altri cdd. dov'è alquanto diversa possa invitare a sostituirla. Evidentemente alcune volte, nei cdd. meno antichi, la parola è ammodernata: c. II, 14 «gioia», 18 «dee»; ball. III, 9 «ond'» etc.; talvolta non c'è nessuna ragione perché Bonagiunta, nella condizione speciale in cui si trovava[17], non abbia scritto cosí come il cd. porta: c. I, 6 «cusí», III, 14 «du'»; ball. II, 18 «sprendore», 24 «criatura», 30 «smirato», III, 19 «sono», ecc. Certo, non si esclude che in qualche parte la vera lezione possa nascondersi negli altri cdd., se anche sieno in lieve disaccordo: cfr., ad es., c. III, 13 «sentire, sentore», ecc.