IV, 20. «Io non credo — ciò che sarebbe offensivo — ».
V, 36-8. Per la correz., cfr. Rossi in Gior. st. d. l. it., XLIX, 382. Sulla lezione di questi e dei sgg. vv. riportata nella Poetica del Trissino da un cd., che forse era l'archetipo del Pal. 418, cfr. Massèra, Una ballata cit., pp. 2-3 dell'estr. Quanto al significato, «sua» del v. 36 si riferisce a «core» del v. 33.
VI. Riguardo allo schema metrico, ci pare di dover sostenere ancora quanto dicemmo ne I Rimatori lucchesi cit., pp. 111-2. Le proposte del Wiese, Archiv cit., CXVII, 218, ci allontanano troppo dai cdd. e non sembrano interamente accettabili.
VI, 12. Per aver la rimalmezzo, come nei vv. corrispondenti delle altre strofe, si ha da correggere il «tanto» dei cdd. in «tutto»?
VI, 19-20. «che amore non è diverso da vera perfezione».
VI, 53. «E quel che io dico mi sembra un dir nulla». Manca la rimalmezzo: la proposta del Wiese, Archiv cit., CXVII, 218 («mando») urta contro la lettura dei mss.
VII, 1-6. «Sperando da lungo tempo di trarre a mio vantaggio la contesa impegnata con la mia donna, la quale mi dá tal coraggio ch'io credo sovrastare ogni altro uomo, conoscenza, che proviene da obbedienza, mi consiglia a ben servire».
VII, 10. La rimalmezzo è casuale, mancando nel verso corrispondente dell'altra strofa.
VII, 14-5. «Non è dubbio che conoscenza nasce da senno fino; e ciò è provato».
VII, 23. «che l'una cosa (il «ben fare» e il «comportar sofferenza» = esser sofferenti) possa stare insieme con l'altra («usar villania» ed «esser folli»).