Faust. — Non voglio fare scandali. Mi piglio l'officina, straccio le cambiali e le rifaccio venti mila lire.
Carlo. — Ventimila!
Faust. — È vero che le ho offerto altrettanto per la sola società; ma ora non ho più bisogno della sua invenzione; ne ho una quasi uguale, che dà gli stessi risultati.
Carlo. — Anche la casa si pigli, anche la casa!
Faust. — Tanto meglio; per la casa le do altre venti mila lire, semprechè, s'intende, domani non mi paghi. Posso vedere intanto l'officina?
Carlo. (gli accenna la porta a sinistra).
Faust. — (Eppure non ho osato dirgli quello che voleva) (esce dalla sinistra)
Carlo (porta le mani al collo come un uomo che si senta strangolare; vacilla e finisce per cadere sopra una seggiola). — Come mio padre! Ora comprendo la tua morte! Noi, o si vince, o si muore. La vita ci assolve, la morte ci vendica. Vivere deriso dai maligni o alle spalle della moglie, giammai! (guardando verso la sinistra) Vieni, vieni, mercante di carne umana, a godere il tuo trionfo su queste rovine..... E voi pure che io ho voluto strappare alla miseria, all'ignoranza, che ho amato come figliuoli, venite a leggere scritta col mio sangue su queste rovine la vittoria dell'ozio e della invidia! (trae di tasca la rivoltella, ma ve la ripone subito sentendo venire Cesarino)
SCENA VI.
CESARINO dal giardino che giuoca al volante colla racchetta, ed AGNESE che ricama. Agnese rimane in fondo intenta al suo lavoro.