Egisto. — Abbi pazienza; ma nemmeno cogli argani me li pigli! (Questo è stato facile).
Carlo. — E perchè? Là, francamente, senza riguardi.
Egisto. — (Questo sarà più difficile!) Senti, mi fu detto, non lo dico io, che la tua officina non può reggere un'ipoteca di quarantamila lire.
Carlo. — Tu scherzi: non hai inteso che Faustini finiva or ora per offrirmi sessantamila lire della sola società?
Egisto. — La cosa è ben diversa: Faustini è un industriale, può arrischiare, mentre io... E poi ho quasi deciso di fare un imprestito ad un'opera pia, e di comprare delle cartelle coi premi. Tu non puoi darmi altre guarentigie, e premii poi... Parliamo dunque d'altro.
Carlo. — Senti, Egisto, dacchè sono tornato dall'estero, dacchè mi sono gettato nell'industria, io non ti ho mai parlato dei miei progetti.
Egisto. — Questa giustizia te la rendo volentieri: tu hai subito capito che... io non avrei mai capito, e mi hai sempre risparmiato il racconto... Dunque parliamo d'altro, bravo.
Carlo (ridendo). — Ma oggi non la scappi più!
Egisto. — Oh Dio! E non si può davvero risparmiare questa bella istoria? No? Pazienza! Ma posso almeno sedere? (Carlo gli porge una seggiola) (Sentiamo l'eloquenza del bisogno).
Carlo. — La mia officina mi costa centotrentamila lire; ma un altro non la fabbrica con duecento mila, perchè quella la ho fatta io pietra su pietra, coll'esperienza lasciatami da mio padre, col frutto dei miei studi e dei miei viaggi, e colla sollecitudine di chi spende tutti i suoi risparmi... ho fatto dei risparmi da ufficiale, non dico di più! Ma perchè ho resistito alla indifferenza dei concittadini, alla tepidezza degli amici, alla ostilità di qualche parente? Perchè non mi contento di vegetare coi ferri di vergella, o, per dir meglio, perchè mi sono gettato in questa impresa?