Egisto. — Non l'ho mai capito, e non lo capirò mai, te l'ho detto.
Carlo. — Perchè ho fede nella mia invenzione, fede nell'industria nazionale. Tu forse non hai mai pensato ciò che mi insegnano quei due ritratti di Franklin e di Ghiberti?
Egisto. — Non meravigliartene; penso così di rado io!
Carlo. — Il Franklin m'insegna il lavoro, il risparmio, ed il Ghiberti che per fare le porte del Battistero dovette lavorare ventitrè anni. Egli era un genio, e fece le porte del Paradiso. Se io non sono un genio, la colpa non è mia; ma se dopo la mia morte si dirà che ho fatto il mio dovere come uomo e come cittadino, a me pare che avrò spesa bene tutta la vita.
Egisto. — (Che brav'uomo!) Si può essere d'opinione diversa, ma non si può negare la propria ammirazione per tanto coraggio e per tanta fede. Ne hai per tutti e due tu.
Carlo. — Sì, fede, sopratutto fede, perchè io sono di quegli ottimisti a tutta prova, che credono alla libertà ed al progresso. Dopo pochi anni di lotta, molti si accasciano stanchi e sfiduciati. Lo credo io, non hanno sognato e tentato che per distruggere! A noi invece è cresciuto l'animo, e ci accingiamo, non più alla sterile lotta che demolisce e non rifà, ma alla grande e feconda opera dell'edificare.
Egisto. — Bravo e Dio t'aiuti. Vuoi intanto una presa?
Carlo. — Mi studierò di essere brevissimo.
Egisto. — Benone.
Carlo. — O io non capisco nulla, o i mali più funesti alla nostra industria sono indifferenza nelle classi elevate ed ozio ed ignoranza con tutte le loro conseguenze nel popolo.