Egisto. — Povera gente! Ma che conti adunque di fare?
Carlo. — Provare, io di famiglia patrizia, alla classe elevata che invece di tenere il suo capitale sott'olio in cantina, lo può affidare con vantaggio all'industria...
Egisto. — Bravo!... parla del capitale.
Carlo. — Ma non possiamo avere industria col solo capitale, ci vuole la mano d'opera.
Egisto. — Peccato!
Carlo. — Non basta il principale; ci vuole l'operaio attivo, intelligente, sicuro; e per averlo tale, bisogna sollevare il popolino dalla miseria morale e materiale in cui giace, instillandogli il sentimento della dignità e l'istruzione dei suoi doveri.
Egisto. — Senti; il popolino, anche quello che lavora, è cascato nelle grinfe dei sobbillatori della piazza: anzi, mi pare già di vedere in aria i nuvoloni della tempesta... Scappa!!
Carlo. — Bravi! per vincere la tempesta non trovate nulla di meglio che fuggire od evitare di parlarne! Andarle incontro bisogna, far dieci passi quando lei non ne fa che cinque; guardarla bene in volto, e vedere se l'ignoranza, l'ozio, l'invidia e la torbida ambizione che la guida siano più potenti della scienza e della libertà!
Egisto. — Sì; ma ne sento dir tante degli operai, delle loro pretese senza fine e dei loro disordini!
Carlo. — Bisogna anzitutto separare i lavoratori dagli oziosi e dai loro avvocati, e poi si vedrà che il vero operaio è assai migliore della sua fama. Senti: io il nostro popolo non l'ho studiato nei libri; ma in lui istesso, soldato, agricoltore od artigiano, e perciò posso parlarne con amore come senza adulazione. Degli operai io ne ho di tutte le provincie, e se tutti hanno difetti, hanno tutti belle virtù, e anzitutto un gran buon senso. Il nostro toscano patisce un po' di fiaccona, ma è quieto, sobrio ed accurato. Il veneziano è un po' ciarliero, ma è svelto. I piemontesi ed i lombardi non sono sempre sobrii e quieti, ma sono molto attivi. Il romagnolo è poco disciplinato, ma è tutt'anima. Il napoletano...