Egisto. — Indolente?

Carlo. — Non è vero; il napoletano, quando ha fiducia in chi lo dirige, vale quanto gli altri. Vedi, il nostro paese è tutto migliore di quello che si dice; cioè, intendiamoci, ci sono due Italie distintissime: una piena di rancori, di gelosie, di calunnie, l'Italia dei beceri, dei barabba, dei lazzaroni; la bella Italia in cui per tutto ideale della vita si ha il dolce far niente, per sistema lasciar correre, per patria il campanile; la patria mia e tua, se tralasciamo qualsiasi occasione di dire e di fare che la plebe diventi popolo, e che anche per noi questo sia il primo secolo del lavoro.

Egisto. — È vero; ma ce n'hai forse un'altra Italia?

Carlo. — Per mille racchette se ce n'è un'altra! Bambina, veh! che ama un pochino di chiaccherare; ma a scuola ci va tutti i giorni..... che non è festa. Ma è bambina, e, se pensiamo un momento al suo passato, possiamo ben dire che tutti i giorni la fa il suo miracoletto!... Diamo tempo al tempo, e vedremo che l'avvenire darà ragione agli uomini che credono alla libertà e si affaticano a colmare gli abissi che il passato ci scavò d'intorno. Noi non saremo più; che monta? Ci saranno i nostri figli!

SCENA X.

ANNA ed AGNESE dalla sinistra. Detti.

Egisto. — Carlo, io ti confesso volentieri che non posso rimanere insensibile ad un progetto così nobile e generoso...

Anna. — Egisto, t'ho da parlare.

Carlo. — Un istante, un istante. Dunque mi hai compreso?

Egisto. — Sì, le tue idee sono belle, sono veramente patriottiche, e tu meriti di essere aiutato.