Carlo. — Ma fammi il piacere di non bestemmiare! Sì, perchè quei nostri avi che ti proponi a modello soltanto nel non far nulla, sortirono tutti dai banchi e dall'industria; e perchè loro non si vergognarono di fare gli industriali, le sete e le lane fiorentine andavano famose e ricercate sui migliori mercati del mondo, e noi s'aveva allora tanti quattrini da imprestarne ai Re di Francia e d'Inghilterra, e ne avanzava per giunta da piantare Santa Maria del Fiore!

Egisto (ad Anna sottovoce). — Hai inteso? Anche Santa Maria del Fiore mi pianta, e io..... e io non so che rispondere! (Se ci metto ancora bocca, che mi caschi la lingua!) (va a sedere sulla poltrona a destra)

Agnese. — Carlo, non inquietarti...

Carlo. — Oh! non m'inquieto più con loro! Ma tu, Agnese, mi faresti uno di quei favori che non si dimenticano mai più?

Egisto. — (Già; da chi li fa!)

Agnese (con premura). — Ma pensa! Che cosa desideri?

Anna (intromettendosi). — Se si tratta di denari, come m'immagino, è inutile far parole; la dote di Agnese, questo si sa, non si tocca; io dei denari non ne ho, e se anche ne avessi, non farebbero certo la strada degli altri.

Carlo (reprimendo un moto di sdegno). — Basta, basta: non domanderò altro a nessuno di voi. — Chi c'è di là?

SCENA XI.

CARLOTTA, poi MARTINO dal fondo. Detti.