Agnese. — Dio! Ma chi può assicurare che egli si sia ucciso?

Anna. — Raccolti i pezzi della caldaia scoppiata, si trovarono chiuse le valvole di sicurezza!

Agnese. — E se fosse stato per sbaglio, per dimenticanza?

Anna. — Tutti lo credettero e lo crede ancora lo stesso tuo marito; ma non io che ho assistito lo sventurato in quella sua eterna agonia!... Che notte orribile! «Non dir nulla a Carlo,» mi susurrava, «forse egli non mi perdonerebbe!» Dopo ventiquattr'ore di strazio, spirò, e tutti lo dissero martire del lavoro, e lo era, ma in ben altro modo! (facendosi forza per non soffocare dal pianto) E tuo marito, che io combatto, ma non disprezzo, anzi in fondo al cuore ammiro, è della stessa razza che sa di monte e di macigno; è di quella stessa gente che muore e non si arrende! Ora che sa tutto, mi dica la signora figliuola se c'è più cuore ad incoraggiarlo nella sua illusione, come vorrebbe far lei, o ad impedire in ogni modo, come faccio io, ch'egli precipiti, come suo padre, nell'abisso del fallimento e della disperazione!

Agnese. — (Carlo corre lo stesso pericolo, ed io l'abbandonerò solo?)

Anna. — Ma non temere, figlia mia; io conosco il mio dovere e vi amo troppo tutti e due per cedere, e non cederò!..

Egisto. — Non cederemo, per Diana!

Anna. — È lui. Silenzio!

Egisto. — Io non parlo, vai sicura... Ma intanto che bella casa è questa, che bella vita! Lui coll'Italia, tu col dovere, lei coll'amore... una galera!

SCENA XII.