È bensì vero che l'Italia, avendo Goldoni, non dovrebbe aver punto bisogno di altri per richiamare la drammatica all'osservazione del vero, che è quanto dire del nostrale; ma Dio buono, che sarebbe di noi se le nostre Alpi — troppo più alte assai dell'orgoglio nazionale — ci impedissero per ventiquattr'ore di scimmiottare i francesi in ogni cosa? A farla corta, la commedia rappresentata (la sera del 3 aprile 1871) colla mosca al naso dinnanzi al pubblico non ostile, ma non avvezzo e non preparato del Niccolini ad un tuffo così improvviso nella vita reale fra il contrasto acerbo e stridente dei principali e degli artefici, il martellare sulle incudini ed il vociare degli scioperanti, cadde. Dopo la caduta il calcio dell'asino, va da sè; e gli asini, con tanto dilettantume a tempo ed ingegno avanzato, molti.
Ma se il mestiere è tale che del teatro fa troppo spesso la casa di Caino, l'arte, la Dio mercè, è tutt'altra cosa! Si capisce: il mestiere campa di puerilità e di vanità e non può aspirare che al trionfo esclusivo e brutale dell'io; mentre l'arte che vive di sentimenti generosi e di pensieri nobili, che cerca la bellezza nella verità, che anela ad alti ideali nel concetto come nella forma, sdegna di farsi l'eco meschina di ogni ciancia vuota e maligna, ed invece di gongolare, sotto la maschera posticcia della critica improvvisata, dell'insuccesso, inspira quattro compagni in cui il cuore è all'altezza del valore. Paolo Fambri, Luigi Suner, Angelo De Gubernatis e Paolo Giacometti di cercare l'autore, e di dire e fare quanto occorre per persuaderlo a ripresentare il lavoro in altre condizioni di ambiente e di interpretazione. Nè basta: trova anche il capocomico per la ripresa, Alessandro Monti, un capitano che dirige la sua compagnia con quella disciplina senza di cui non c'è salvezza nemmeno in arte e che fa miracoli anche sulla porta dell'inferno. E il miracolo succede a Ferrara, e che fior di miracolo! Il rovescio della medaglia addirittura. La commedia comincia subito il suo giro, e il miracolo, qui sta il buono, a provare che il successo di Ferrara non è stato un ripicco, si ripete a Milano, a Torino, a Genova, a Venezia, a Roma, a Bologna, nei teatri più riputati. A Firenze, qui sta il bello, come e meglio che altrove. A Napoli, dove arriva dopo la bellezza di dieci anni, e qui sta il meglio, la stampa la proclama una buona azione. C'è dell'altro a Napoli: finita la stagione, la vogliono ancora sentire, a scopo di beneficenza, in teatro più vasto che non sia il Sannazaro, e per allestire l'atto dell'officina incaricano non il trovarobe e l'attrezzista del S. Carlo, ma lo stabilimento di Pietrarsa, il quale manderà macchine a vapore vere e quaranta operai verissimi... Eh? quando sono d'accordo tutti a dire di sì! Eppure la commedia è la stessa...
L'autore ha voluto che si ricordassero queste peripezie così diverse per sciogliere il suo debito verso Paolo Fambri, Luigi Suner, Angelo De Gubernatis e Paolo Giacometti, veri fratelli d'arte; verso i capicomici Luigi Bellotti-Bon ed Alessandro Monti ed i migliori interpreti che abbia avuto la sua commedia: Luigi Biagi, Enrico Belli-Blanes, Giovanni Ceresa, Giovanni Emanuel, Francesco Ciotti, Gaspare Lavaggi, Salvatore Rosa, Odoardo Sobrio, Cesira Monti, Amalia Casilini, Celestina Jucchi-Bracci e Pia Marchi-Maggi.
Si deve ricordare anche una sconfitta, egli dice, quando è per trarne argomento di lode ai compagni, e si può rammentare anche una vittoria quando è per darne loro il merito principale.
INTERLOCUTORI
| CARLO VALORI. | |
| EGISTO VESPUCCI. | |
| AGNESE, moglie di Carlo, e figlia di | |
| ANNA. | |
| FRANCESCO SAVELLI, capo-fabbrica. | |
| MATILDE, sua moglie. | |
| FAUSTINI, industriale. | |
| BOBI | operai di varie provincie. |
| MARTINO | |
| ORESTE | |
| CENCIO | |
| GENNARO | |
| AMBROGIO | |
| BARTOLO | |
| CARLOTTA, serva in casa Valori. | |
| CESARINO, fanciullino, figlio di Valori. | |
| ROSINA, bambina che non parla, figlia di Savelli. | |
| Operai di Valori e di altre officine. | |
Il primo atto a Firenze, gli altri a Belmonte.
ATTO PRIMO
Salotto in casa Valori. — Tre porte: una nel mezzo in fondo, che è la comune; un'altra, a destra dello spettatore, che mette nel quartiere di Carlo; e l'ultima infine, a sinistra, che dà nelle stanze di Egisto. — Sulla scena: in fondo, a destra, uno stipo antico, sul quale sta un orologio a pendolo in mezzo a due candelabri di bronzo dorato a viticci; a sinistra, parimenti in fondo, un pianoforte. — A filo di sipario due tavolini; uno a destra che serve per la colezione, ed un altro a sinistra con libri, giornali ed oggetti da ricamo. — Una poltrona accanto al tavolino a destra. — Seggiole in fondo ed accosto al tavolino a sinistra. — Appesi alla parete in fondo i ritratti di Franklin e Ghiberti. — È giorno e di primavera.