Agnese. — Perdonami; ma tu non lo devi giudicare, povero vecchio! Non sai se gli ostacoli con cui ha dovuto lottare non erano anche più grandi di quelli che tu combatti!

Carlo. — Ma suicida, lui! Tutto il mio coraggio si sente disarmato: sparito il faro, a che lottare colla tempesta!

Agnese. — Come? Tu che sai dov'è il male, tu che puoi rimediarvi, ti avvilisci e stai per cedere atterrito? Ma ciò sarebbe dar ragione ai pusillanimi ed a quelli che odiano, e torto a quelli che amano! Sarebbe la condanna spietata di tuo padre che amò forse morire, non per viltà di chi fugge, oh no! egli non sarebbe stato tuo padre! ma per lasciare a te, giovine, coraggioso, intelligente, quel còmpito che era divenuto troppo superiore alle forze di un povero vecchio spossato e senza conforti di famiglia... Sai che cosa diceva a mia madre nella sua ora suprema? Non dirlo a Carlo; egli forse non mi comprenderebbe e non avrebbe più fede! E tu saresti ingiusto colla sua memoria?... No, Carlo, non sia mai così! Coraggio! Avanti sempre!

Carlo. — Agnese, tu non mi hai mai parlato in questo modo...

Agnese. — È vero; ma io ti ho visto soffrire ed ho sentito che per me era un dovere ed una consolazione lasciar parlare il cuore, e l'ho lasciato parlare...

Carlo. — Dunque, se io non mi dessi per vinto, tu non mi abbandoneresti?

Agnese. — Abbandonarti? Ma se non mi sono mai sentita tanto felice d'esserti moglie come in questo momento!

Carlo. — Ah! grazie, Agnese, grazie di queste tue parole che ridestano tutto il mio valore! Se Faustini vuole opprimermi, se i parenti mi negano soccorso, ebbene, mi salveranno i miei lavoranti!

SCENA XVI.

EGISTO, da viaggio, con due sacche, e poi subito ANNA, col cappello, dalla destra. Detti.