L'interno dell'officina meccanica del Valori, illuminato dall'ampio lucernario a cristalli praticato nel soffitto, sorretto da travatura di ferro. Due porte laterali: una a destra, che scorge al quartiere di Valori, e l'altra a sinistra, che dà sulla via. Più in là, a destra, una grande macchina a vapore verticale con fornello, manovelle per le valvole e congegno di trasmissione di movimento, addossata ad un pilastro con camino in cotto e sostenuta da una base di due scalini di pietra. Di faccia, a sinistra, un trapano ed una grue; dietro il trapano un vasto fucinale rivolto verso il fondo. Fra il fucinale e la grue l'asta col pallino dei mantici. In alto, carrucole, ganci e catene infissi in una trave armata. Lungo la parete, in fondo, i banchi dei limatori colle morse, i limatoi, delle caldaie in rassetto, trafile, argani ed altri congegni meccanici; nel mezzo, un'ampia finestra con inferriata ed invetriata fissa, la quale scorge sopra la piazza.
Sulla scena: pezzi di ferro da rifondere e tre incudini coi loro martelli. — Presso il fornello una pala da carbone, ed una stanga da attizzare; presso il fucinale forbici e tanaglie di diversa misura e forma. — Presso la macchina, appesi al pilastro, un termometro ed una lavagna; sopra un palchettino infisso nel pilastro istesso, un bricco di latta a lungo beccuccio per ungere i congegni, del cotone in fiocco, della stoppa e dei cenci.
La porta a sinistra si chiude a chiave, e la chiave si appende presso la macchina ad un chiodo piantato nel pilastro, fra il termometro e la lavagna. — È giorno.

SCENA I.

Tutti gli operai di Valori, sotto la direzione di FRANCESCO. — All'alzarsi del sipario il lavoro ferve vigorosamente. — MARTINO, AMBROGIO, GENNARO ed altri sei lavoranti massellano sulle tre incudini le estremità di stanghe di ferro sostenute da apprendisti. — BOBI al mantice, CENCIO al trapano; ORESTE butta del carbone nel fornello della macchina e vi attizza il fuoco; i limatori attendono alla loro opera presso i banchi in fondo, mentre altri operai, scaglionati in catena dal proscenio a sinistra alla seconda quinta a destra, fanno passare rapidamente dall'uno all'altro i pezzi di materiale che scompaiono così dietro la macchina.

Genn. (terminando di cantare una canzone in dialetto napoletano). — Trallalla lallà... la lallera lallà!

Franc. (ai massellatori). — Basta! — Al fucinale per la tempra, Martino. — Oreste, ad attizzare. — E voi, Bobi, soffiate. — Gennaro, quante volte vi ha detto il principale di non cantare prima delle quattro?

Genn. — Caro Franceschiello, ma io non canto.

Franc. — Fatemi il piacere, Gennaro, che v'abbiamo inteso tutti: trallalla lallera lallà!

Genn. — No! Scusate, padrone mio, non va cantata così; ma a questo modo: trallallà, lallà... lallera lallà, e così la canto io che l'aggio imparata all'officina di Pietrarsa.

Franc. — E allora perchè dite che non è vero che cantate?

Genn. — Perchè io non canto, sulfeggio!