Cat. — Bernardo, quando si ha la fortuna di esser nati sani, robusti, e fatti... via, in modo da essere contenti, si è come tenuti per dovere a fare meno dura la disgrazia degli altri; e voi potete odiare un disgraziato che è buono come il pane?

Bern. — Io lo odio? Neanche per sogno! Lo amo: mi fa ridere! Ma non voglio che mia moglie abbia sempre sott'occhio un coso disgraziato, disgraziatissimo, ma brutto e ridicolo.

Cat. — Bernardo, state ad ascoltarmi, mentre siamo sul discorso e siamo sempre in tempo...

Bern. — Io non lo sono più, poichè m'avete preso l'anima!

Cat. — Io voglio che mi promettiate una cosa, ma sul serio.

Bern. — Ma mille, Rinuccia mia! (per abbracciarla)

Cat. — Una sola e le mani a casa che farà due. Io vedo con dolore che avete l'abitudine di scherzare su tutto, di farvi beffa continua delle altrui debolezze, e peggio poi delle imperfezioni del corpo...

Bern. — Per chiasso! semplicemente per chiasso!

Cat. — Or bene, io sono donna, e perciò mi sento debole anch'io; e i vostri bei scherzi, le vostre famose burle mi dànno tutte una sensazione dolorosa come se fossero fatte a me. Voi lo sapete, quando ammazzarono il povero gatto di Gaspare io stetti tutto il giorno senza poter mangiare... Sarà una cosa ridicola; ma io domando se nel petto di chi fa queste belle prodezze possa battere un cuore per un sentimento gentile, un cuore che mi sappia, se il Signore mi volesse mandare una disgrazia, compatire e consolare.

Bern. — Caterina... via... sentite: appena sono vostro marito, delle farse non se ne fa più... (E speriamo bene che non se ne faccia a me).