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INDICE
LA DEDICA
In teatro; un teatro quale lo sogna chi abbia studiato la drammatica non meno dal palco scenico che dalla platea: elegante con semplicità, armonico, commodo per ogni verso, bene aerato e sempre in giusta temperatura; col pavimento delle corsie di platea, dei corridoi dei palchi e delle gallerie coperto di stuoie fitte; senza porte che cigolino o sbatacchino, coi servi puliti e zelanti, i siparisti astemî, la platea divisa dall'ambulatorio da doppie porte soppannate che impediscano di entrarvi tanto quella piccola corrente d'aria fredda che potrebbe ridurre allo zero il poco calore degli spettatori per la commedia, quanto le chiacchiere, spiritosissime del resto, fra le maschere che raccolgono i biglietti e la mutria dell'amministratore della Compagnia. Il teatro è pieno, ma non pinzo, di gente tutta a sedere, colla digestione bene avviata, esigente ma garbata, senza preconcetti, senza impazienze e senza tosse. Nè balie, nè bambinaje con fantocci; nè cani, sia in platea che sul palco scenico, bel caso. Ogni spettatore è dunque tanto a suo agio e in così conveniente luce da dovere nello stesso tempo rispondere di sè e non avere alcun motivo di far scontare all'autore ed agli attori il disagio solito dello stare in piedi o del sedere incommodo. Nei palchi, delle signore belle, e, se non guasta, un pochino colte; delle signorine amabili e vivaci e pure attente; delle matrone spiritose e tuttavia discrete: qualche celebrità di qualsivoglia mondo, tanto per crescere prestigio alla serata e dare un mezzo ai giornalisti di dire che c'era il solito fior fiore di tutte le aristocrazie, da quella della nascita, la più minchiona ed indulgente, a quella dell'ingegno, la più superba e procace. In platea e su nelle gallerie, in misura contemperante, un po' d'ogni viva classe, e magari degli studenti: le donne ascoltano, mentre si recita, e tacciono, e gli uomini non fumano, sebbene non sia vietato che dal galateo.
Nella Compagnia che recita non ci sono soltanto degli attori come in troppe altre; ma parecchi comici, e, per giunta, anche qualche vero artista. Il Direttore, che non è nè attore, nè impresario, ha fatto scrivere a lettere cubitali sulle pareti del palco scenico: non si può dare vita a qualsiasi parte se non si sa a memoria.
E nelle quinte non c'è caso che attori ed attrici stiano ripetendosi la sera quanto già si sono detto il giorno alla prova, il gran bene che si vogliono, poichè lo stesso Direttore, sapendo che la vanità e la puerilità dei comici sono assai più fiere nemiche dell'arte che non sia l'indifferenza apparente del pubblico, non tralascia occasione per dimostrare coll'efficace eloquenza delle multe i miracoli di Santa Disciplina. Poco repertorio ha questa Compagnia; ma spiegato e studiato con amore e allestito ammodo. Gli è che il capocomico ha proprio di suo, non par vero, due capitali, quattrini e intelligenza; così la sua nave veleggia sicura, attesa in ogni porto, lodata da chi se ne intende e gradita, che è meglio, a chi non se ne intende e paga il suo bravo biglietto. Ma l'abile orchestrina a cembalo ed archi ha ormai terminato la suonata di prefazione, e Tita è già nel suo buco, sebbene non abbia per ora da rammentare, e tanto meno poi da suggerire... Ecco, da una quinta, prima che si levi il sipario sulla commedia, l'Autore in persona, in giubba, con un libro nella destra e il cappello a soffietto nella sinistra, che s'avanza al proscenio inchinandosi al Pubblico, come al suo Sovrano...
Si sente a volare quella certa mosca.