L'autore: — Altezza Serenissima! La nuova edizione in cui raccolgo i miei meno peggio componimenti non può essere dedicata che alla ben degna Erede della più antica e sicura Dinastia, di quella che fra i suoi fasti gloriosi può sola vantarsi di avere inspirato la vita al più intero e nobile portato delle lettere e delle arti, la drammatica.

Questa dedica non dovrebbe veramente esservi fatta che nel lieto ricorrere della giocondissima fra le feste dei campi, la vendemmia, quando i colli trionfano, e gli uomini lieti per la larga ricompensa ritornano per un paio di settimane quali li ha fatti madonna natura, più inclinevoli all'amore ed alle canzoni che non alle torbide suggestioni dell'avarizia, della vanità e dell'invidia, poichè è proprio la vendemmia la solennità in cui è nata per non morire mai più quella Commedia cui il canto dei vignaiuoli e delle vendemmiatrici fu il primo coro, il mosto la prima maschera, e l'avvicendarsi scoppiettante delle botte salaci e delle risposte argute fra garzoni e maschiotte versanti nelle bigoncie i panieri ricolmi di grappoli, il primo dialogo scenico, saporito e vivace e rapido.

Oh il bel natale che è stato questo della Commedia! E se questa potesse essere l'opera d'un uomo solo, io credo ch'egli potrebbe ritenersi senza peccato quale un Dio creatore di una seconda vita assai più bella della reale, poichè nella sua sintesi rapida e logica non presenta che azioni sempre rispondenti alle premesse, gioje più intere e dolori più brevi e con un termine così sicuramente lieto che basta il suo spettacolo ad aiutarci a sopportare i guai nostri.

Ad ogni modo la gloria di aver dato la prima forma a questa Commedia così benemerita dell'umanità e sempre viva e fresca quanto la tendenza dell'uomo al vendicarsi delle proprie debolezze ridendo e satireggiando le altrui, è splendidissima gloria nostra nè più nè meno di quelle altre minori di avere inventato la farsa, l'opera ed il ballo.

Nè vi sia discaro che io aggiunga che la Commedia, che è un giocondo contrasto di caratteri e di passioni, di volontà e di accidenti, è nata dove doveva nascere, nella terra dei maggiori contrasti, la Campania, paradiso di sopra e inferno di sotto, felicissima per splendore di orizzonti, fecondità di campi e mitezza di mare, in mezzo ad un popolo la cui prima memoria istorica è una solenne risata ed una vittoria: la risata dell'esercito romano quando lo vide scendere contro di lui in campo vestito di bianco, coll'elmetto di feltro e lo scudo inargentato, un quissimile di Pulcinella camuffato da Capitan Fracassa. Ma il popolo Osco era sceso dai monti al piano e s'era ingentilito alla dolce cote delle civiltà Fenicia, Greca ed Etrusca senza rimetterci il tipo d'origine, elastico ma resistente, e così mentre la risata mollava i muscoli ai Romani, i Campani poterono farsi loro addosso con tanta furia da obbligarli a correre alle navi con troppo maggior fretta che non comportasse la dignità Quirite.....

E questo popolo, che portava poi a Roma la sua Atellana per vincere un'altra volta ma in meno disuguale palestra i vincitori del mondo, anche oggi è su per giù quello stesso che descrissero nei libri, sulle pareti e nelle ceramiche scrittori e pittori da diciotto a ventiquattro secoli fa: un popolo piuttosto pronto alle mandòle ed alle chitarre che alle coltella, chiassoso ma docile, sensuale e pur frugale, facilmente millantatore e tuttavia rispettoso, più credenzone che bugiardo, più apatico che avido; un insieme di nobili entusiasmi e di paure ridicole, di malizie e di ingenuità, di arroganze e di abbandoni, di cinismo e di finezze, assai migliore, sopratutto nel popolino, della sua fama; un popolo insomma cui non mancò per arrivare i Greci nelle arti e nella filosofia che la loro febbre di sogni, la loro profonda passione per ogni alto ideale; il popolo, comecchessia, per il linguaggio, il gesto, le improvvisate e le antitesi, più comico di tutta la nostra Italia comicissima.

Dunque la Commedia allegra, la Commedia di carattere necessariamente basata sulla satira e sulla parodia e pure in ogni sua espressione temperata dall'antica severità dei costumi, è cosa italica e non importata di Grecia, come tante buone e brave persone suppongono per pigrizia, e parecchie che non furono mai nè buone nè brave tacciono per quello scellerato furore di negazione e di avvilimento che strappa così spesso agli italiani le penne maestre ad ogni volo.

Codesta gente, poca di numero e di virtù, ma sfacciata per cento, coll'aria di novatrice ma in fondo di quell'Arcadia che in Italia non muore mai, tace dell'Atellana maestra di Plauto; tace che gli antichi italiani insegnarono ai Greci con Epicarmo a perfezionare la Commedia così che si nutrisse essenzialmente del ridicolo dei contemporanei e si sostenesse più sui caratteri che sui viluppi e sugli equivoci; omette di sana pianta che la Commedia moderna trae la sua inspirazione nel nostralissimo Boccaccio, e che anche quando la maledetta fregola dell'erudizione e dell'imitazione tarpa le ali all'originalità paesana ed impedisce ad Ariosto di darci una rispecchiatura shaksperiana del tempo, la singolarità nativa rifulge ancora in P. Aretino, Macchiavelli, Cecchi e G. B. Porta — e basterebbe Macchiavelli, saldissimo anello fra Plauto e Goldoni; — dà di frego con disinvoltura pari alla buona fede a quella Commedia dell'arte che ha divertito per più di due secoli tutta Europa, maestra allo stesso Molière d'intreccio, di movimento, di dialogo e di teatralità, e dato uno sgambetto al Goldoni liberatore dell'Italia dai Goti e rievocatore del buon gusto in Francia, come se non avesse, unico fra i più insigni, il vanto di poter presentare dopo un secolo e mezzo la bellezza di venticinque Commedie tutte rappresentabili con sicurezza di successo, butta nel cestino il nostro teatro popolare, continuatore della tradizione atellana, scarso ma originale e invidiabile da ogni altra nazione, e per vuotare il sacco, finisce per sentenziare a faccia tosta che gli italiani, grulli, non hanno mai avuto una Commedia, nè possono averla.

Ma perchè tant'ira contro il nostro povero teatro?