Il perchè io lo farò dire a Vostra Altezza Serenissima dal Cavaliere senza macchia e senza paura, Massimo D'Azeglio. Il quale narrandoci nei suoi mirabili Ricordi come Luigi Vestri gli respingesse la sua prima ed unica Commedia, si lascia ingenuamente scappare che se ne consola facilmente col riflettere che torna affatto inutile pensare a scrivere commedie in Italia, «non essendovi nè lingua, nè attori, nè pubblico», quasi che due milioni di toscani non provassero che la nostra lingua è così piena di nervi, di muscoli e di grazie da essere sufficientissima, se non n'avanza, per sognare, far all'amore, insegnare, discorrere, canzonare e bestemmiare chiarissimamente per ogni italiano!... Quasi che non avessimo al tempo istesso della triplice bugia attori quali il Vestri e Gustavo Modena insuperabili, e anche ora altri da non essere di leggieri superati, quando il vogliano, dove che si sia!... Quasi che il nostro pubblico non fosse suscettibile di tanto progresso nella via del buon gusto da parermi talvolta più indipendente dalla moda e più largo nell'accettare forme e concetti di quello istesso cotanto vantato di Parigi!

Basta adunque un'offesa all'amor proprio, un'amara delusione perchè un gentiluomo fior di cortesia e di onestà sia tratto fuor dei gangheri a dichiarare che se nella commedia non c'è riescito lui, non è per altro se non perchè non ci si può riescire in nessun modo da anima nata!... Figuratevi poi quando cotesto strappo è dato all'orgoglio di gente che in troppe cose non arriva alle calcagna del D'Azeglio, e per giunta, per dirla colla felicissima trovata di Yorick che spiega da sola tutte le rabbie della stizza e dell'invidia, è rifischiona! Allora cotesta gente lascia in disparte il sonetto ed il romanzo per fare della critica, una critica nuova e seria che non ha nulla che fare, s'intende alla prima, con quella che da anni accompagna paziente e amorosa il travaglioso saliscendi del teatro nazionale. Da quell'istante tutti gli antichi che si sono riguardati come maestri nella commedia e nella tragedia sono dichiarati ferri vecchi, e tutti gli altri più o meno felici continuatori delle tradizioni goldoniane ed alfieriane, indegni di essere citati se morti, odiosi addirittura se per loro dabbenaggine vivi. A critica nuova un'arte nuova. Dopo la bella prova che quei messeri hanno fatto nella commedia, la comicità non è più indispensabile alla commedia quanto il sole alla primavera e l'amore alla gioventù, diventa anzi virtù volgare; così l'archeologia, non importa se incapace di trarre un sorriso od una lagrima, piglia il passo alla commedia viva e festosa che attinge la sua ispirazione dall'osservazione della vita contemporanea. Premesso che la più scipita farsa straniera vale meglio della più indovinata commedia italiana, la fama si nega o si distribuisce a seconda della parrocchia letteraria e senza via di mezzo: o alle stelle o alle stalle... bene inteso che se mandano alle stelle lassù è per goder presto il loro più gradito degli spettacoli, quello d'Icaro e di Fetonte precipitanti.

O che bel libro curioso ed onesto si potrebbe scrivere intorno a quello che gli stranieri, dopo averlo studiato, ci invidiano — e io penso sopratutto a Carlo Goldoni il cui nome cresce, oltralpi, ogni giorno più nell'ammirazione universale — e noi senza degnarci di guardare disprezziamo, forse perchè il nostro scetticismo di gente pigra ed invidiosa ci impedisce di avere in alto concetto altro che il nostro valore individuale!

Gli è adunque proprio il momento buono di mandar fuori tre o quattro volumi di commedie!!

Ma io sono, o Altezza Serenissima, di un ottimismo incorreggibile, e come uomo navigato in questo mare burrascoso so per qualche prova che quando si è sentito una volta la lusinga di poter vedere una folla agitarsi, fremere, ridere od intenerirsi sotto il nostro pensiero, è assai improbabile che passato lo sgomento del primo insuccesso non si ritenti l'esperimento, a costo di pigliarci quella febbre di cui non si guarisce più... In questo caso io sono sicuro che appena cotesti detrattori sistematici della nostra drammatica saranno riesciti ad ottenere il più modesto applauso, muteranno di punto in bianco registro non altrimenti che i detrattori del giornalismo appena possono leggere su per le gazzette il dolcissimo fra i nomi, il loro.

Dunque io spero tuttavia che Vostra Altezza Serenissima, che già si degna di fare buon viso a questi componimenti quando vi sono rappresentati, voglia pure gradire la dedica che con spontaneità d'animo riconoscente vi faccio della nuova edizione che li raccoglie a stampa... (un movimento nel pubblico...)

Capisco: Vostra Altezza è lì per dirmi: pigliate abbaglio; io sono il Pubblico, un cliente, un giudice, quel che vi pare, non mai un Mecenate; i vostri Mecenati naturali, secondo la sanzione della tradizione e della leggenda, sono i Principi, i Ministri, i Prelati ed i Patrizi; e lasciate stare anche il titolo, più conveniente ad un discendente di Caio Cilnio, se vi riesce di trovarne, che a me buon democratico imbevuto di idee di eguaglianza...

Una voce: — Bravooo!

L'autore: — Circa l'eguaglianza rispondo: speriamo che si trovi dinnanzi al diritto come al dovere in tribunale, allo sportello dell'agente delle tasse e dinnanzi al pericolo; ma cercarla in teatro, dove ognuno è così geloso del suo posto quanto l'attore della sua parte, lasciamola lì!... Non è punto a caso o per capriccio che ora che al teatro italiano si nega anche il Pubblico, io mi rivolgo contro ogni usanza cortigiana a Voi invece che ai Mecenati del buon tempo antico: per quanto mi guardi attorno per trovare un protettore cortese, generoso e duraturo, non mi riesce di vederne uno per ogni verso meglio disposto e conveniente di Voi, senza pericolo alcuno per la mia dignità.

Non mancano certo e Principi e Prelati e Ministri e Patrizi: ci sono per soprappiù i cresi della banca e della borsa, e giammai ci fu tanta ricchezza in tanti e sì ardente brama di farla ammirare; giammai si parlò tanto di coltura, di arti belle, di civiltà.